Il valore delle parole

A Mantova si è parlato di sport, finalmente con onestà intellettuale

 

Il titolo prometteva bene, era intrigante. I partecipanti selezionati con attenzione, ad evitare il solito teatrino di politici e dirigenti sportivi che raccontano le loro filastrocche, dalle quali escono sempre esenti da critiche, produttori di parole vuote. La tavola rotonda che chiamava Mantova e le sue forze migliori a discutere del “valore dello sport” è andata a segno, nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio, nel quadro della Festa dello Sport, una tre giorni voluta dal Comune e dal Monte dei Paschi di Siena, banca che ha a cuore il territorio italiano, fa anzi conto su quello.

Inedita, almeno per le nostre consuetudini, l’autocritica di un assessore allo sport del Comune, Enzo Tonghini, che ha parlato “di buone cose fatte in città” ma non ha dimenticato di sottolineare come il Palazzo dello Sport, un tempo vanto virgiliano, sia stato incautamente affidato a privati che, per sopravvivere, lo hanno trasformato in un luogo di fiere e convegni, sfrattando di fatto chi fa sport. Altri impianti suppliscono alle necessità locali, ma fa piacere che un’Amministrazione torni sui suoi passi e abbia in animo di restituire un impianto alla sua destinazione originaria.

Una ex mezzofondista in atletica quale Grazia Attene, dopo essersi soffermata sui valori dello sport praticato, (“non di quello tifato”), ha ricordato i ruoli degli educatori, gli insegnamenti preziosi, i precetti di una vita. Dapprima atleta, poi insegnante a scuola, indi tecnico di valore, la Attene ha ragionato di qualità dell’impegno, di accettazione della sconfitta (“si vincerà la prossima volta, se si è dato sempre il meglio di sé, a titolo individuale o per la squadra”).

Sport come convivenza civile, preziosa occasione di confronto. Sport come parentesi di vita basata su passione ed entusiasmo. Sport come forma di identità territoriale in cui adulti e giovani si riconoscono, come ha sottolineato Carlo Garavaglia, di Monte Paschi: “Basta con le scene diseducative di genitori che istigano i figli sui campi di calcio, venendo magari redarguiti dai minori che non ne possono più dei fanatismi di mamma e papà”.

Francesco Zucca, educatore che si occupa di disabili mentali con la società Il Solco, ha raccontato il piacere di allenare i calciatori a 5 di una squadra particolare che si chiama Fuori Gioco. Con normodotati e diversamente abili. Una buona notizia viene da Zucca: “Partecipano a tornei di livello internazionale, la gente li ferma per strada e chiede loro com’è andata. Si sentono protagonisti e lo sono”.

Il tema calcio professionistico, spinosissimo, è stato oggetto di parecchie stilettate di chi (il presidente Emilio Crosato, Federtamburello) ha sottolineato le risorse sovrabbondanti per il pallone a discapito di discipline che meriterebbero ben altra considerazione e investimenti. Pronta l’autocritica di Marco Cattaneo, giornalista Sky e moderatore della tavola rotonda, che ha ammesso che molti italiani “confondono lo sport con il calcio e questo non va bene”.

Si è parlato di genitori inopportuni, di interventi fuori luogo a condannare come incompetenti arbitri e allenatori dei loro giovani “sempre campioni dal futuro roseo”. Cattaneo ha ricordato le convinzioni strenue della famiglia Williams e della famiglia Woods riguardo alle due sorelle del tennis e al golfista più noti al mondo: “Li hanno cresciuti nella ferma convinzione che lo sport sia solo vincere, che le sconfitte siano un’onta”.

Roberto Boninsegna, inossidabile gloria del calcio mantovano e nazionale, ha chiarito con onestà “che i principi dello sport, la lealtà, il rispetto dell’avversario, funzionano solo nelle categorie amatoriali. Il calcio premia solo chi vince, tutto il sistema che ruota intorno al pallone è rivolto al successo a qualsiasi costo. Chi simula è un imbroglione, un disonesto”.

Facile, per Enzo Torre, volley Mantova, ribattere che la pallavolo insegna il valore della sconfitta come “opportunità per fare meglio la prossima volta”, come ha insegnato anni fa in un corso per allenatori Julio Velasco, un tecnico con le idee chiare:“Nello sport vince sempre chi merita, non sempre il migliore”.

In chiusura, sdrammatizzante, il richiamo a Nereo Rocco, alla sua celebre frase di quando allenava un Padova catenacciaro a oltranza. A chi gli diceva “vinca il migliore” il Paròn rispondeva sorridendo “speremo de no”.

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