Mezzo secolo di Ramblas

Barcellona in sintesi vale Ramblas, una strada-mito che oggi fa discutere per il degrado, per faccende di droga e prostituzione. Persino gli intellettuali la rinnegano. Le Ramblas non sono diventate Patrimonio dell’Umanità come si supponeva tempo fa, lo sono soltanto alcuni edifici che vi si affacciano (Palazzo Güell di Gaudi è un buon esempio).

Questo non toglie che la mia frequentazione (e la mia amicizia) con questa strada alberata che va dalla Plaça de Catalunya al mare, risale alla notte dei tempi, i miei.

Nelle Ramblas credo di aver vissuto buona parte dei miei chissà quanti soggiorni nella capitale della Catalogna. Perché, come in una casa si passa la maggior parte del tempo in salotto, a Barcellona si trascorre la maggior parte del tempo – soprattutto un viaggiatore, non parliamo poi se giovane – sulle Ramblas, il salotto di Barcellona.

Salotto enorme, trafficatissimo e quindi luogo di passaggio – gente locale e venuta da chissà dove – più a buon mercato del mondo: noleggiavi una sedia per una peseta (10 lire e 50 centesimi) e te ne potevi stare ore ad ammirare tutto quello che ti passava davanti. Erano oltretutto i tempi dell’einaudiano “miracolo economico”: la nostra lira contava eccome, e di un giornaliero noleggio-sedie anche un giovane turista morto di fame poteva permettersene più di uno.

Se si parla di soldi, ricordo quando sulle Ramblas cuccai la prima contravvenzione per sosta vietata: ore di discussione, disperati tentativi di non pagare finché, avuta notizia che la multa era di 5 pesetas (52 lire e 50) si pensò bene di chiedere se era possibile pre-acquistarne un blocchetto – signori si nasce – per le future infrazioni, ma il traffico era ancora poco, si parcheggiava a gogò in Plaça de Catalunya; Franco faceva ancora pagare a Barcellona il catalanismo goduto durante la Guerra civile.

E la lira rimase forte ancora per qualche anno, ad esempio quando – passato Franco a miglior vita – nelle Ramblas spuntarono i Porno Show (era l’epoca della Spagna “bottiglia di champagne”; a lungo compresso, il tappo saltò). Roba che le case di appuntamento si ritrovarono a doversi spostare a Castelldefels, a quasi trenta chilometri ma sul mare.

La più esaltante arteria di Barcellona ospitava corpivendole a gogò, con l’angiporto a poche decine di metri pullulavano ad esempio sul marciapiedi dell’attuale museo delle Cere – come potevano mancare? -. In una via laterale (calle Conde del Asalto, oggi Nou de la Rambla) c’era l’hotel Gaudì, la cui porta non poteva che restare eternamente aperta tale era l’andirivieni di machos e señoritas (per la cronaca, oggi l’hotel esiste ancora e ha pure avuto il coraggio – chapeau! – di mantenere il nome, ma ospita famigliole di turisti non peccatori.

Le Ramblas, i suoi miti: la Boquerìa (in nessun altro mercato ho visto presentare la merce con ordine ed eleganza come lì); e quei ristorantini nelle viuzze laterali dove imparai cos’erano i Calçots e l’Escalivada; meno ristorantino, anzi ristorantone, era invece l’Amaya (le cui due uscite opposte diedero vita a piccanti racconti su chi non vi andava solo per mangiare) e fianco alla Rambla dels Caputxins la Plaça Reial (allora Plaza Real).

Nelle Ramblas, per la precisione era il 1960, assistetti alla cacciata (moto popolare all’altezza del Teatro del Liceu) del grande, mitico Helenio Herrera. Che venne a Milano ad allenare l’Inter. E due anni dopo, leggendo il giornale al tavolo di un bar sulle Ramblas, appresi con gioia che il mai troppo compianto Mago aveva convinto “el mè amìs Luisito Suarez a mollare la maglia blaugrana” per indossare quella nerazzurra. Lacrimuccia.

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