Simone Ragusi (pt.2)

In esclusiva per Sportivamente Mag, Simone ogni settimana ci racconta qualche avventura da emigrante del rugby al di qua del Severn

Simone Ragusi, classe 1992, è cresciuto rugbisticamente nell’Asr Milano. Dall’estate scorsa è in forza all’Accademia degli Ospreys ma ha giocato la Principate Premiership gallese con lo storico club del Bridgend, presieduto dal leggendario Jpr Williams, estremo della Golden era anni Settanta.

Niente conferma ma che soddisfazione…

Si lo so, sembra assurdo ma anche se non giocherò più a Swansea per il superclub degli Ospreys sono ugualmente felice. Ieri durante la riunione mi hanno fatto capire, anche grazie al rispetto e alla confidenza che si è instaurata in questi mesi, che non c’è motivo, se non quello economico, per non tenermi. Tecnicamente vado alla grande e gli sono piaciuto di brutto. Purtroppo la crisi in Galles si fa sentire e gli investimenti sono ridotti al minimo: ero la quarta o quinta scelta di investimento su una rosa enorme, ci sta che abbiano deciso di lasciarmi libero.

Sono felice, ripeto, perché la frase più bella è stata: «ti abbiamo regalato una grande opportunità e hai saputo coglierla. Sei cresciuto, sei migliorato e ora siamo convinti al 100% che tu possa davvero diventare un rugbista professionista. È la cosa che conta di più».

Sapete cosa significa per uno di 19 anni sentirsi dire di essere pronti per l’alto livello? Probabilmente no però, cazzo, ora ci credo davvero anche io.

Ci sentiamo settimana prossima, spero di avere nuove notizie (bellissime) sul mio futuro, intanto vi racconto cosa ho detto a tutto lo staff Ospreys al termine del colloquio: «Io vi ringrazio infinitamente. Ho passato un anno duro, a volte noioso perché non avevo mai fatto la vita del rugbista professionista ma sono contento di aver imparato tutto quello che mi avete insegnato. Però… però avete sbagliato, perché lasciarmi andare non è la scelta giusta. Spero sinceramente di tornare a giocare in questo stadio, da avversario, e battervi».

Tutto col sorriso, ovviamente. Però che soddisfazione sentirsi rispondere «Te lo auguro, davvero», da uno come Andrew Hore.

Yo!

Simone Ragusi

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