Razza d’idioti, una storia senza fine

“Fate male a parlarne sistematicamente, avete dedicato anche un’inchiesta al fenomeno. Così incentivate il loro protagonismo, non attendono altro. Vogliono solo che li si noti, che qualcuno dia rilievo a quel che fanno”. Gira nel web anche questa curiosa interpretazione del razzismo nel calcio (in realtà il guaio è trasversale a una serie di sport, il pallone ne mostra solo gli aspetti più eclatanti). Gira contro di noi di Sportivamente Mag, in particolare, che non conosciamo “quale collante sia il tifo, per la gente”.

Un bel collante il centinaio di razzisti annotati ieri a Busto Arsizio, versante Pro Patria, una storia gloriosa nel calcio a partire dal 1919, offuscata da “una sparuta minoranza di deficienti”. Così li definisce il sindaco bustocco Gianluigi Farioli incapace – evidentemente tiene famiglia – di prendere le distanze dai suoi elettori. Farioli ha persino stigmatizzato il comportamento di Boateng, definendo “improprio” il gesto di scagliare il pallone in tribuna e soprattutto di andarsene. Chissà quanto è “improprio” chi, Allegri, ha deciso di ritirare la squadra.

Meno male che Allegri ha deciso di non continuare a fingere di non vedere, non sentire, non parlare (copyright le tre scimmiette). Per civiltà e dignità, non per altro, termini che il calcio spesso dimentica.

È ben difficile non fare caso a quel che è successo di recente a Roma, con le coltellate a gente che beveva tranquilla una birra, in nome dell’antisemitismo che accomuna le frange del popolo giallorosso e di quello biancoceleste in un macabro gemellaggio.

Anche perché la storiaccia della vigilia di Lazio-Tottenham ha avuto un seguito a Londra per il derby con il West Ham. Gli Spurs, i tifosi del Tottenham, identificati come sono con la comunità ebraica londinese (li chiamano “yids”, giudei), hanno dovuto subire cori vergognosi – “Adolf Hitler sta venendo a prendervi” e ancora, “viva Lazio, possiamo accoltellarvi tutte le settimane”.

Il campionario si è arricchito con le manifestazioni di idiozia dei tifosi dello Zenit di San Pietroburgo, non nuovi a episodi di razzismo e xenofobia. Nel sito del gruppo più numeroso e seguito dei supporter (si chiama Landscrona) è comparso prima di Natale un comunicato in cui si diceva chiaramente che “i neri e i gay non erano graditi nel club”.

Luciano Spalletti, tecnico dello Zenit, ha subito preso le distanze dai tifosi. Lo stesso ha fatto la società, gestita dal colosso energetico russo Gazprom, ma è tempo perso, questa è solo l’ultima bravata di una lunga serie. Già nel 2005 i tifosi si erano opposti all’acquisto del brasiliano Zé Roberto. L’allenatore del tempo, l’olandese Dirk Advocaat, raccontò che la tifoseria non avrebbe compreso l’ingaggio del giocatore di colore.

Più recente, del 2008, la simbolica impiccagione di una scimmia di peluche. La definirono, i tifosi dello Zenit, un’innocente provocazione durante una gara di Coppa Uefa. Costò alla società una multa di 60 mila franchi svizzeri. Nella stessa logica fu il lancio di una banana al difensore dell’Anzhi Roberto Carlos, reo di essere scuro di pelle.

Forse il loro meglio i tifosi dello Zenit lo hanno espresso nel 2009, quando hanno chiesto alla società di proibire l’accesso allo stadio alle donne perché impedirebbero di insultare efficacemente gli avversari. Il provvedimento, ahinoi, stava per essere accolto.

Curioso affermare che bisognerebbe non parlare di questa autentica razza di idioti. Razza davvero a parte, visto che non conosce il valore della diversità. L’augurio è che l’estromissione dalle coppe prima o poi (meglio prima) intervenga a sanzionarne i comportamenti, com’è accaduto con gli hooligans. E nessuno venga a raccontare che i club sono vittime delle loro intemperanze, dal momento che nulla fanno per arginarle.

 

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