Varale, un lascito epistolare

Mi sono sempre chiesto perché Vittorio Varale, giornalista sportivo e scrittore, sia così poco ricordato nonostante occupi un posto importante in una ipotetica graduatoria di “penne eccellenti” del ciclismo, che vanno – per limitare le citazioni – da Giuseppe Ambrosini a Bruno Raschi a Mario Fossati a Gianpaolo Ormezzano.

L’aveva ben presente Gianni Brera che volle scrivere la lunga prefazione che anticipa “I vittoriosi“, uno dei libri migliori del giornalista di Bordighera.

Avevo 17 anni quando il libro uscì e lo divorai in un paio di giorni. Varale aveva già pubblicato, con l’editore Cappelli di Bologna, il suo “Avventure su due ruote“. Per chi, come me, era stato folgorato dalla passione per lo sport e segnatamente per il ciclismo, leggere Varale era come per un cristiano leggere il Vangelo.

Custodisco la lettera, datata 1949, che Gianni Brera, allora giovane corrispondente da Parigi de La Gazzetta dello Sport, gli inviò per estendere le sue collaborazioni. Varale in quel momento era redattore capo a La Stampa di Torino.

Conservo ancora la lunga corrispondenza con Varale al quale scrissi, sedicenne, la prima lettera. E lui, gentilissimo, non mancò di rispondermi.

Un rapporto epistolare, il nostro, durato fino alla sua tragica morte, avvenuta nel novembre 1973. Era mancata da pochissimo la sua cara inseparabile consorte, Mary (Maria Pellegrino Gennaro), grandissima sestogradista, e lui, solo e malandato, non seppe resistere al dolore e si tolse la vita.

La sua ultima lettera mi raggiunse pochi giorni prima della sua scomparsa: “Nulla più m’interessa caro amico – scriveva – le auguro ogni bene e tutta la fortuna che merita”.

Nella mia biblioteca dedicata al ciclismo (oltre mille volumi) i libri di Varale sono sicuramente i più preziosi: Gerbi e le corse del suo tempo, con dedica di suo pugno; una biografia dedicata a Girardengo, anno 1923. E poi alcuni libri sul sesto grado e il già ricordato “I Vittoriosi”, edito da Longanesi.

Era un autentico letterato il grande Vittorio, per breve tempo direttore de “La Stampa” e apprezzatissimo inviato di guerra. Ho riletto la sua corrispondenza con Indro Montanelli, con Giorgio Bocca e tutti i grandi amici di allora.

Compagno di scrivania di Vittorio Pozzo, indimenticato c.t. della Nazionale di calcio due volte campione del mondo (1934 e 1938), è sempre stato un giornalista vero, non incline al compromesso, onesto e giusto.

A quasi 40 anni dalla morte, mi sembra giusto ricordarlo e parlarne ai più giovani, come esempio di grande professionalità e di amore per lo sport. I suoi articoli e le sue corrispondenze mai erano banali o scontate. Vi trovavi sempre un motivo di discussione e un approfondimento.

L’archivio Varale, per decisione testamentaria, è stato affidato alla biblioteca civica di Belluno, dove potete trovare il lascito del grande giornalista, appena diciassettenne già al seguito delle grandi corse ciclistiche.

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