CARTOLINE DAL 2012 – Dino Meneghin, tanto di cappello

Il mio papà, di cui non posso citare il nome e cognome perché si vergogna – non solo porta il mio cognome ma ha pure il mio nome, al maschile – ha studiato a Varese, al De Filippi, il collegio privato più in della zona. Non fraintendetemi: non sono qui per raccontare la vita di mio padre. Per quanto simpatica, immagino non interessi a un magazine sportivo (aka sportivamentemag).

Si dà il caso che il mio omonimo al maschile sia del ’50, veneto di nascita e trasferito nel Varesotto ormai grandicello: non vi ricorda nessuno? Vi dò altri indizi: l’altro è un papà pure lui, di un cestista per la precisione, ed è alto 204 centimetri.

Sto parlando di Dino Meneghin, ma ci siete certamente già arrivati. Vediamo ora perché accomuno il mio papà all’unico giocatore italiano presente nella Hall of Fame statunitense, il massimo riconoscimento alla carriera che un giocatore di pallacanestro possa ricevere, nonché il primo italiano a essere scelto dalla NBA, all’11° giro, nel 1970.

Impressionante, non fosse che per me Meneghin è banalmente il miglior realizzatore, non di canestri ma di scherzi di carnevale della storia. Mi spiego meglio: papà e Meneghin frequentavano il collegio De Filippi, Dino come privatista, essendo un giocatore professionista di serie A, mio papà da comune studente, in quanto poco studioso.

Così, da piccola, mi sono sciroppata milioni di volte il racconto di Meneghin che, essendo alto 2.04, prendeva a schiaffi dalla terza fila il compagno in prima; lo stesso che quando la professoressa faceva sedere tutti veniva rimproverato perché rimaneva in piedi: errore, essendo spropositato nelle misure, Dino sembrava in piedi mentre era già seduto.

Il più gettonato era lo scherzo di carnevale. Quei giovani scapestrati si appostavano – rigorosamente in gruppo – sotto i portici di Varese, prendevano un filo da pesca, ne legavano un’estremità a uno dei sostegni in acciaio del porticato, l’altra a una molletta e aspettavano che passasse qualche anima pia con il cappello in testa. A quel punto faceva il suo ingresso il gigante (Dino), che gli compariva alle spalle, appendeva la molletta alla tesa e dava ordine al complice di tirare il filo. Sgomento generale e risate pazze, perché il poveretto rimaneva inebetito, non capendo dove fosse fuggito il copricapo.

Altro must a noi ben noto: Meneghin aveva una 500, ma era talmente grande che, in primavera, girava con la testa fuori dalla capote. Sinceramente, a sei anni, era un’immagine raccapricciante.

Quando qualche giorno fa è stato ufficializzata la notizia che Dino Meneghin passava la mano in Federbasket, il mio primo pensiero è andato al mio papà, in quanto suo compagno di collegio. Quando l’ho chiamato per dirgli che avrei scritto di lui e di Meneghin si è raccomandato di non fare il suo nome. Ho rispettato l’impegno, ho dato solo alcuni indizi.

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