CARTOLINE DAL 2012 – “Anno bisesto anno funesto”

Così recita un antico adagio, che, nel corso degli ultimi dodici mesi, sembra aver purtroppo trovato ampi riscontri. In ambito sportivo, poi, complice la gravissima crisi economica abbattutasi sul Vecchio Continente e soprattutto sul sempre più piccolo “Stivale”, questo proverbio pare essere diventato una sorta di regola aurea, che ha individuato nell’ippica in particolare il proprio ideale campo di applicazione.

Il settore è ormai infatti allo stremo, dopo essere stato ingiustamente umiliato e preso in giro per oltre un anno da gattopardeschi e maldestri tentativi di riforma, risoltisi in un drammatico nulla di fatto e nella paralisi più completa, tanto sul fronte scommesse, quanto in ambito organizzativo. Non deve dunque stupire che, nel silenzio più assordante delle istituzioni politiche e sportive del nostro Paese, quest’estate abbia definitivamente cessato di esistere uno dei migliori simboli delle nostre gloriose tradizioni culturali, storiche e sportive, come l’ippodromo padovano di Ponte di Brenta.

Voluto da Vincenzo Stefano Breda, pioniere della grande industria nazionale e dell’ippica, proprio all’inizio del ventesimo secolo, questo impianto è stato a lungo un emblema di quell’eccellenza italiana tanto ammirata nel mondo. A quanto risulta poi dai documenti d’archivio relativi allo sviluppo delle competizioni ippiche in Italia, Padova risulta essere stata, sin dal lontanissimo 1808, la primissima città attiva sul fronte dell’organizzazione di competizioni ippiche, al trotto in particolare. Si chiamavano non a caso infatti padovanelle, in omaggio al capoluogo patavino, dove vennero ufficialmente sperimentati, i primi rudimentali sulky, a cui venivano attaccati i cavalli per le competizioni su pista o strada.

Di fronte alla perdita di un simile patrimonio di storia e tradizioni, gelosamente custodito per oltre un secolo tra le mura di questo ippodromo oggi in stato di abbandono, non è dunque possibile nascondere né arginare uno spontaneo moto di indignazione, peraltro accompagnato da una consistente dose di ansia e preoccupazione.

Quella che è inevitabile provare per le sorti di almeno tre altri storici impianti sull’orlo del baratro: Napoli Agnano, aperto e chiuso ad intermittenza negli ultimi novanta giorni, Roma Tor di Valle e Livorno Caprilli. Ma anche per il futuro di una struttura solo apparentemente più solida, come il trotter di San Siro, gestito, insieme all’ippodromo del galoppo, dalla società Trenno, che lo scorso 14 novembre ha ufficialmente chiuso il celebre centro di allenamento ed imposto il trasferimento dei cavalli – non molti, per la verità – che si trovavano ancora a soggiornare presso le mitiche scuderie progettate, a metà anni Venti, dal genio italiano dell’architettura sportiva, Paolo Vietti Violi. Per molti questo non è che il primo passo verso la definitiva dismissione della struttura e la progressiva scomparsa di quella storica cittadella dello sport, costruita oltre Porta Magenta, nel 1925, attorno al fantastico binomio calcio-ippica. Rischia di sparire una parte importante di quell’identità ambrosiana, perfettamente incarnata e descritta dall’indimenticabile Beppe Viola, che di San Siro, nella doppia accezione di stadio e ippodromo, ha fatto la seconda casa. Per favore, non abbattetecela.

In ogni caso, “meglio tenersi leggeri, perché quando si va in pista bisogna avere i riflessi pronti, mica farsi prendere in contropiede”.

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