Calcio, campionario di mala educación

Non so voi, ma personalmente sono stufo. Abbondantemente stufo. Di recente si sono susseguiti episodi negativi a livello sportivo e tutti a carico del calcio, soprattutto giovanile. Nasce da queste evenienze il mio rammarico, poi divenuto rabbia, ma vi confesso che non mi stupiscono. Lo stupore mi coglierebbe se certi fatti fossero accaduti in altre “discipline” sportive. Disciplina è un termine che dice tutto, non ha bisogno di ulteriori specifiche.

L’episodio più grave è stata l’uccisione di un dirigente di una società olandese di calcio giovanile, picchiato e preso a calci da alcuni ragazzi tra i 15 e i 17 anni della squadra avversaria. Mentre la Gazzetta pubblicava la notizia ho ricevuto questa mail da una signora: “Dei ragazzini di 12 anni hanno brutalmente aggredito a calci un nostro giocatore mandandolo al pronto soccorso, ma la situazione più triste è stato vedere un allenatore (un educatore) che non è intervenuto per dividere i ragazzi e non si è preoccupato di chiedere scusa”.

Non ho idea se si tratti di un dirigente di società, ma sono certo che siano espressioni di una mamma preoccupata per l’ambiente in cui cresce il figlio, o di una persona con un minimo di buon senso che ha intenzione di dare una scossa ad una società addormentata.

Ma mi sembra un po’ poco alzare un polverone, non fare nulla e poi aspettare che l’attenzione scemi o si sposti sul prossimo tatuaggio di Balotelli o l’ennesima sconfitta del Sidney F.C.

In questa società ci mobilitiamo solamente quando si raggiunge la catastrofe, il morto, come se gli eventi non avessero importanza se non alla fine, quando c’è poco da fare. In auto la spia luminosa si accende quando vai in riserva, non quando sei rimasto a piedi.

Con tutte le spie che stanno lampeggiando la macchina società sembra un albero di Natale, addobbato a puntino.

Gli educatori sportivi, mister, coach, chiamateli come vi pare, hanno il compito di coeducare, di tramandare cultura sportiva che contempla, sempre, il rispetto verso l’avversario. Compito arduo se si hanno a disposizione poche ore la settimana per porre argine al cattivo lavoro di genitori sempre più disattenti.

Ma la colpa non è principalmente dei ragazzi, ma di come vengono cresciuti – alla buona, tirati su – con esempi negativi che agli occhi di tutti sembrano normali.

La colpa maggiore la imputo ai giocatori come Sasha Alexandrov (spero si scriva così) giocatore di serie A bulgara che rifila una bella spallata all’arbitro reo di avergli fischiato un fallo contro.

La colpa è di non professionisti come Hulk, che se la prendono con il proprio allenatore in maniera plateale se ha a dieci minuti dal termine vengono sostituiti, alzando la voce gesticolando e alimentando un ambiente già carico di tensione.

La colpa è dei dirigenti dell’Overthorpe Sports, che milita nella Division 4 della Huddersfield and Discrict Jr Football League, in Inghilterra, per intenderci calcio under 11. Questi signori hanno chiesto di far retrocedere subito la squadra, a campionato in corso, perché ha perso pesantemente tutte le partite giocate sinora, otto in totale. Questo per preservare l’integrità mentale dei propri ragazzi stanchi di perdere.

La colpa è delle società di calcio che non prendono provvedimenti perché sono seguaci del Dio Denaro, fede che fa loro trovare il coraggio di chiedere per il proprio giocatore la riduzione della squalifica perché alle porte c’è una partita importante.

La colpa è degli organi sportivi che dovrebbero prendere questi personaggi e mandarli a casa per un’intera stagione.

Cosa stiamo insegnando ai giovani?

Che se sale il sangue al cervello puoi dare una spallata all’arbitro, un pugno al tuo avversario se ti strattona la maglia, e che se sei un allenatore puoi dare una spinta al quarto uomo, che la maggior parte dei calciatori sono bambini capricciosi strapagati, che se perdi tanto vale retrocedere, che nel calcio essere un professionista non funziona, che se sei un presidente di una squadra puoi mandare al diavolo l’avversario.

Tanto per ognuna di queste cose al massimo ti danno qualche giornata di squalifica e un’ammenda da pagare.

Sicuramente un po’ di “meritato” riposo in quelle settimane lo squalificato se le prende, può star tranquillo, passare del tempo in famiglia, fare le sue cose, a meno che non ci sia una partita importante e la società chieda una riduzione della squalifica, metti caso che l’accettino è tanto di guadagnato, poi si presenta davanti alle telecamere, chiede scusa altrimenti si parla di altro.

Complimenti, che schifo!

Il problema è che tutto questo vanifica l’esempio di pochi, rende amaro l’impegno di chi si prodiga per lo sport e per i suoi valori.

Ecco perché tutto questo non fa scalpore, perché si educa con l’esempio ed io nel calcio ne vedo troppo pochi di esempi.

Senza essere scout, basta ricordare come la pensava Baden Powell: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.”

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