Per qualche amico in più al Cio…

I Giochi olimpici, proprio perché non somigliano più a un gioco – troppe regole sono state modificate secondo dubbie convenienze, a partire dal professionismo introdotto vent’anni fa – non finiscono mai. Le Olimpiadi hanno sempre code, strascichi. Un tempo, quando erano leciti i candori, si sarebbe detto che le Olimpiadi “non finiscono di stupire”, oggi invece non finiscono di “impressionare negativamente”. Sempre per lo stesso motivo: il business esasperato, uno dei mali dello sport a livello planetario.

Business is business.  Da tempo immemore ne prendiamo atto, ma a tutto c’è un limite.

Cerchiamo di capirci: la comunità internazionale dello sport (leggi Comitato olimpico internazionale, il Cio) per organizzare le Olimpiadi estive e invernali ha bisogno di soldi. Ne pretende a garanzia del loro regolare svolgimento. Ma già ci sono stati casi di condizionamento nell’assegnazione dei Giochi, un atto politico-economico-sportivo, in questo preciso ordine valoriale. Lo sport viene buon ultimo.

Tutto tornerebbe se le Olimpiadi fossero un evento consacrato al no profit. Al contrario sono un business che vede gli attori principali in posizione ben differente: arranca, e di solito ci rimette, chi le organizza, il Comitato e il Governo locali (di recente gli inglesi), mentre il Cio non corre alcun rischio, perché detiene e negozia i diritti dell’evento con le televisioni e con gli sponsor. Tutti per sé.

Non contento, il Cio si prende pure una percentuale sui biglietti venduti. C’è di più, ha avocato a sé tutti i diritti su ogni edizione a partire da Atene 1896, prima Olimpiade moderna. Torta ricca anche quella.

Il Cio, insomma, ama vincere facile, anzi non può perdere. E questo accadrà sino a quando gli atleti, che dell’evento sono il presupposto, non alzeranno la voce, reclamando una parte della torta, quella che spetta ai protagonisti, che non sono mai in giacca e cravatta.

Chi esprime nei confronti del Cio critiche motivate e legittime non viene ascoltato. Alla segnalazione dei rischi determinati dal cibo spazzatura (junk food) distribuito in esclusiva in tutte le aree olimpiche londinesi, non c’è stata risposta, nonostante si fossero mossi esperti titolati (London Assembly e la prestigiosa UK’s Academy of Medical Royal Colleges) e la prestigiosa rivista scientifica Lancet. La preghiera, volata nel vento, era di non consentire la distribuzione di cibo e bevande “fortemente associate ai problemi dell’obesità infantile”.

Il resto lo hanno fatto i mass media di tutto il mondo, come ha scritto la rivista Sport & Medicina nel suo ultimo numero: “Abbiamo letto soprattutto delle 12 mila kcalorie al giorno del nuotatore americano Michael Phelps, dettate da frittelle, andwich di maionese, pizza e pancake al cioccolato, per proseguire con i pasti a base di crocchette di pollo fritte del velocista Usain Bolt, continuando con le 16 banane al giorno di Yohan Blake, altro velocista giamaicano, fino ad arrivare ad Andy Murray, tennista britannico che si abbuffa con diete a base di sushi…”.

Non sarebbe ora che qualcuno andasse a dare un’occhiata all’assetto e al conti del Cio e delle Federazioni internazionali che a esso fanno capo, giusto per una più … equa redistribuzione delle risorse? E magari per capire chi comanda e chi fa opposizione. Quella, ve lo anticipiamo, latita da tempo. Ogni tanto rimpiangiamo le guerre per bande di antica memoria.

Il dibattito è aperto.

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