Monsieur Brunel ci hai convinto

Ieri a Parma in occasione di Zebre-Cardiff Blues simbolico abbraccio del pubblico a Jacques Brunel. Il ct francese è stato accolto in tribuna da un applauso spontaneo. Una vera novità per il movimento e, in generale, per noi italiani, di solito poco avvezzi a pubbliche celebrazioni. Anche perché, a ben vedere, gli azzurri nei test match di questo mese hanno fatto solo il loro dovere, hanno battuto la squadra più debole (Tonga) e perso onorevolmente con la prima e la terza del ranking mondiale, Nuova Zelanda e Australia.

Il genuino applauso è forse per come “non abbiamo vinto”, piuttosto per “come abbiamo perso”? Con Mallett abbiamo espugnato Cordoba, battuto la Francia per la seconda volta nella nostra storia, perso di soli 21 punti sul suolo neozelandese, ma di applausi convinti ne abbiamo visti pochini. Perché il suo gioco sudafricano, applicato a noi italioti, ci ha regalato sostanza in difesa ma in attacco ci siamo affidati troppo alla mischia, risultando noiosi, monocorde e incapaci di sviluppare azioni degne di questo nome con i trequarti. Per carità, se chiedete a Nick cosa ne pensa, vi dirà che abbiamo preso 42 punti dagli All Blacks, più della metà dei 20 di San Siro del 2009. Dal suo punto di vista ha anche ragione.

Gioco alla francese

Però, per noi che siamo cresciuti con il mito dei francesi e fisicamente siamo dei brevilinei, rapidi nello stretto, astuti quando serve, giocare in maniera anglosassone non ci piace proprio. Non ci tiriamo indietro di fronte alle testate, al gioco a terra ma, se permettete, storicamente abbiamo dato il meglio giocando in modo imprevedibile, quando a un’ottima mischia si affiancava una cavalleria leggera dotata di tecnica e estro. Non a caso i nostri allenatori più vincenti sono francesi.

I perché di una crescita
Brunel ha da subito predicato equilibrio, tra i reparti, nel gioco, nei risultati. Infatti, esclusa la trasferta irlandese, quest’anno abbiamo onorevolmente calcato ogni terreno, rischiando di vincere con Inghilterra (15-19) e Australia (19-22). Questo perché abbiamo assimilato, in ritardo di un lustro rispetto agli altri, la famigerata seconda linea di attacco: prima si andava in percussione uomo contro uomo, inserendo l’estremo e giocando solo sulle linee di corsa. Ora, invece, l’azione si sviluppa su due linee: la prima, di solito completa di avanti, permette una ruck “sicura” in mezzo al campo; la seconda l’aggiramento della difesa e la creazione del sovrannumero, utilizzando le finte della prima linea e l’ala che accorre dall’altro lato del campo. Assorbire difensori è diventato un mestiere in questo sport e Brunel l’ha insegnato molto bene agli azzurri: non si spiegano altrimenti azioni alla mano viste a Roma e a Brescia, sul lato chiuso, in grado di superare la linea del vantaggio.

Creatività sdoganata
Altro motivo di gioia è vedere azioni multifase concrete, con uno scopo. Il gioco anglosassone (di Mallett) prevedeva rigidi tatticismi per le prime fasi senza però risolvere il dilemma di un’azione insistita che non portava a conquista territoriale (situazione tipica con squadre molto organizzate). La maggiore libertà concessa da Brunel (e dalla sua école du rugby) è invece utile perché si fonda su un gioco più situazionale, in cui i giocatori devono – di volta in volta – leggere la situazione e giocare di conseguenza. Ciò permette di giocare alla pari dell’avversario e se si è molto bravi, batterlo. È la differenza tra “prenderne il meno possibile” e “provare a farne uno in più degli avversari”.

Allargamento della rosa
Brunel ha utilizzato in maniera molto saggia i giocatori a disposizione. Ha provato gente come Minto e Pavanello (trovando, di fatto, ottime alternative a Geldenhuys e Del Fava), ha dato minuti a piloni e tallonatori come Cittadini, Rizzo e Giazzon. Ha rilanciato in terza linea Favaro e puntato forte su Barbieri: insieme a Zanni e Parisse formano un reparto di altissimo livello, cui manca l’infortunato Derbyshire, altra grande promessa. In mediana ha preferito privilegiare un mediano di mischia italiano come Gori rispetto all’equiparato Botes, il quale si trova a suo agio subentrando a partita in corso. Dopo l’esclusione con Tonga ha dato modo a Orquera di giocarsi le sue carte, venendone ripagato: errore con l’Australia a parte, Luciano non è ha mai regalato performance del genere in maglia azzurra. Intanto ha fatto crescere Sgarbi e Benvenuti, oltre a un Venditti sempre più a suo agio all’ala. Allargare la rosa non serve solo per trovare giocatori, aumenta la competizione e il livellamento: chi è più scarso impara più in fretta, chi è già forte cerca continuamente di migliorare.

Il futuro è il turnover
L’Irlanda si concentra su tecniche di raddoppio del placcaggio: si allenano per imbragare il placcatore, lo costringono a una maul e poi, non uscendo la palla, guadagnano la mischia.
I neozelandesi – anche se non è ancora così palese – portano a terra, il sostegno difensivo va subito a contestare il pallone non permettendo che il compagno rotoli. La palla non esce e l’arbitro, pur essendo una situazione di gioco a terra, tende a concedere il turnover o la punizione perché non si rilascia l’ovale. Ecco cosa allenano i migliori: nuove forme di recupero del pallone che permettono piattaforme di gioco o di calcio. Lo stesso succede con le linee di corsa ostruzionistiche, ma legali, in difesa e in attacco… Il rugby del terzo millennio passa da questo svezzamento tattico cui gli azzurri, in cerca di un proprio gioco, non sono ancora passati.

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