Tanta voglia di Scirea

Se lo sport è nel profondo cultura, per i suoi valori irrinunciabili, nessuno si meravigli se un ventiquattrenne come me prende a pretesto un gesto – l’intitolazione di un Corso di Torino a Gaetano Scirea – per raccontare che cosa gli è arrivato di un campione e di un uomo davvero speciali.

Lo dicevano un esempio, in campo e fuori. E lo era senza retorica, senza inutili melensaggini. Lui nemmeno era consapevole di esserlo.

Per questo ricordarlo è sempre lecito, forse anche doveroso. E utile.

Molto di Scirea è arrivato alle due generazioni successive, tra cui la mia, grazie a chi lo ha visto giocare. Molti lo ricordano per la classe e il tempismo, davvero straordinario. Mai in affanno, quasi in souplesse, come solo sanno essere i grandissimi difensori. In assoluta compostezza.

Come uomo lo raccontano di poche parole, mi si dice che amasse molto ascoltare. E poi quel carattere riservato ma fermo, deciso, di chi sa che cosa fare e dove andare. Con semplicità.

Non fosse stato un vero uomo, in campo e fuori, il ricordo sarebbe sbiadito in fretta. Come una vecchia figurina, una doppia in mezzo a tante altre, di quelle che fatichi a scambiare e rimane in un cassetto.

“Campione assoluto”: così lo ha definito durante la cerimonia torinese il giovane presidente della Juventus, Andrea Agnelli. Nulla di inedito, ma l’aggettivo ci sta tutto, anche se le parole successive pronunciate da Agnelli valgono di più: “Oggi ci manca l’uomo”. Manca a un sacco di gente, innamorata del calcio e non dei suoi eccessi. Un uomo strappato alla vita da un assurdo incidente d’auto in terra straniera che ci ha negato un sorriso schivo ma prezioso e una maglia numero 6 difficile da dimenticare.

Ascoltate Alessandro Del Piero a proposito di Scirea: “A volte mi chiedo come mi vedono i bambini e penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui. Parlo dell’uomo, non solo del calciatore che era straordinario. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre la memoria di un gol, fatto o sventato”.

Lo sport si nobilita quando è in grado di unire generazioni, ispirare sentimenti comuni a molti uomini, uscire dai binari angusti del tifo. Con il pretesto della maglia azzurra Scirea era patrimonio di tutti, anche se il colore dominante di quella nazionale al Mundial dell’1982 era decisamente bianconero.

Anche Dino Zoff si è espresso al meglio ricordandolo: “Lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso. L’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Francesco Guccini. Mi manca tanto il suo silenzio”.

In un epoca di caos, fuori e dentro il campo, fuori e dentro lo sport, specie nel calcio, l’augurio è che qualcuno rilevi il testimone di Scirea e se ne faccia carico anche solo in termini di educazione e sobrietà, tratto distintivo dei migliori. Vorremmo meno scarpe griffate, meno auto di grossa cilindrata, meno tatuaggi, meno gesti di intemperanza verso arbitro e avversari. Ci piacerebbero le quotidianità di un tempo non lontano, un braccio che si tende a sollevare l’avversario, le scuse per un fallo sempre e solo dovuto, mai gratuito o per fare male.

Vorremmo tornare ogni tanto al calcio di Scirea, che non era una mosca bianca, un’anomalia. Un calcio scivolato progressivamente in minoranza. Che cosa vieta che quel calcio si riproponga? Forse basterà il fair play economico invocato da Platini. Non disperate.

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