Scatti di sport (d’autore) – Il bianco e nero

Quattro voci, quattro professionisti che ci spiegano com’era lo sport quando l’hanno inquadrato per la prima volta, cos’è diventato e quanto “pesa” oggi la macchina fotografica.

 

Schirer: Ormai faccio poco in bianco e nero, il massimo che mi concedo sono gli auguri di Natale. Tutti ormai siamo costretti al colore, ma questo non vuol dire che non possa essere altrettanto bello. Forse non è evocativo allo stesso modo, certo, alla fotografia digitale manca la poesia, quel qualcosa in più che fa sognare. Il bianco e nero è di certo emozionale, però io credo che sia solo questione di tempo: qualcuno troverà il modo di rendere poetica anche la fotografia a colori.

Colombo: io sono nostalgico, trovo che il digitale abbia fatto nascere dei nuovi mostri. La camera oscura, i rullini, lo sviluppo creavano un rapporto personale con la macchina; avevano poi un costo preciso, sapevi che non potevi permetterti di sprecare nulla. C’erano 12 o 36 scatti e per forza 6 dovevano essere buoni; grazie a questa consapevolezza sono diventato bravino, e soprattutto grazie a Vito che mi ha insegnato a fotografare. La foto, la fotografia, non è mai finita, c’è solo una partenza e si può solo migliorare, ma la pellicola- a mio parere – creava fotografi migliori. Questo non vuol dire che oggi non ce ne siano, ma non amo il nuovo approccio a questo mestiere, a questa professione. Non sono i 300 scatti che servono, ma i 5 buoni.

Trovati: io respiro foto e sport da sempre e per me la fotografia è il bianco e nero, la camera oscura e gli acidi. Io vedo in bianco e nero, è bellissimo. Se arrivi dalla pellicola hai maggior consapevolezza e avrai foto di maggior qualità. I nuovi filtri, le nuove tecnologie non hanno niente a che fare con la fotografia, ma hanno il merito di averla sdoganata ai più. Il vero problema sono i fotografi improvvisati, i Mickey Mouse della fotografia, che devastano il mercato. Si è persa la cultura, non c’è più rispetto per il copyright, soprattutto da parte dei giornali. Quasi nessuno mette i credit a corredo delle immagini. All’estero non è così, hanno più rispetto.

Liverani: io lavoro e faccio il fotografo da 73 anni, ho fotografato di tutto: dallo sport – con un amore senza fine per la boxe – ai suoi grandi protagonisti, fino alle foto di anatomia per una enciclopedia dei Fratelli Fabbri. Oggi fotografare non mi diverte più. La fotografia una volta era riflessione: non ho mai scattato tre volte la stessa foto e ho sempre avuto il trascinatore, non il motore. Le foto di oggi – a colori – sono belle, pulite, perfette, ma sono vuote. Non c’è la passione, non c’è sentimento: non si costruisce più nulla, non hanno inventiva o creatività; la fotografia è movimento, se manca quello, viene meno la foto.

Trovati: non per difendere gli scattini, o Mickey Mouse, ma c’è da dire che è cambiato anche quello che ci richiedono i giornali o le riviste: molto spesso sono loro a volere le sequenze di foto, ma anche per le sequenze ci vuole tecnica e professionalità.

Colombo: io le nuove tecnologie le trovo invadenti, creano confusione e spesso sono ingannatorie. Non sono indispensabili, l’unica cosa fondamentale sei tu e la tua macchina; certo, non sono ottuso, so che ci sono, le testo ma a oggi nessuna la trovo di aiuto nel mio lavoro. Quello che serve davvero nella fotografia è il coraggio, soprattutto in quella sportiva.

Schirer: c’è da tenere conto che è cambiato anche il mondo in cui viviamo. Con tutti i media e i mezzi per essere sempre connessi c’è poco spazio e modo per fare voli pindarici, poesia. La fotografia a colori ha bisogno di tempo, si deve strutturare, ma sono fiducioso.

Liverani: questo nuovo modo di scattare non lo riconosco, mi infastidisce. Questi “scattini” si appostano dove capita e non pensano, pigiano all’impazzata il dito. A uno degli ultimi incontri di boxe a cui ho partecipato, a match finito, ho messo a confronto i miei scatti con quelli degli altri fotografi presenti, compreso quello della mia agenzia. Risultato: tutti ne avevano fatti 300-400, io 26 e 2 foto che loro non avevano, perché solo io mi ero spostato all’angolo del ring e avevo preso l’allenatore che se ne andava furibondo. Ecco spiegato perché li chiamo “scattini”: non pensano, eseguono.

Prossimamente ragioniamo di fotografia e sport, nemici/amici.

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