I cimeli del rugby fra porchetta e aneddoti

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Oltre cento azzurri di varie epoche (per un totale di non meno di 500 caps) e alcuni memorabili ex All Blacks hanno dato vita a una serata unica, giustamente riservata, già nei pesupposti, all’incontro con i miti del rugby. Un’occasione utile anche a solennizzare il trasferimento del Museo del Rugby da Colleferro, cuore della Ciociaria, ad Artena, nei pressi di Roma.

Corrado Mattoccia, una vita spesa a raccogliere reliquie (ovali) di ogni genere, ha festeggiato il traguardo delle mille maglie (gli altri cimeli non si contano) della sua speciale raccolta in compagnia del primo donatore del Museo, l’ex azzurro Nanni Raineri, arrivato appositamente dal Sudafrica, dove risiede e lavora da tempo.

La serata, in realtà profonda nottata, è corsa via tra porchetta e aneddoti (un connubio felicissimo) con i neofiti ammirati dalla quantità e dalla varietà dei cimeli che il Museo ospita. La ‘Wall of fame, incontro con i miti del rugby’ ha dato modo di ammirare pezzi unici come la maglia del debutto azzurro contro la Spagna, avvenuto il 20 maggio del 1929, così come quella vittoriosa della scorsa settimana, consegnata dal capitano Sergio Parisse dopo l’incontro di Brescia contro Tonga.

Il Museo si è arricchito nell’occasione della maglia recapitata ieri sera da Buck Shelford, 48 volte All Black, un mito del rugby neozelandese e della Rugby Roma, indossata nel suo ultimo match in nazionale, con la Scozia: quindi bianca. E poi quella portata da Christchuch – con la firma di tutti i nazionali dopo il terremoto dell’anno scorso – da Braeden Whitelock, ex All Black e padre di ben quattro giocatori “kiwi”, tra cui Sam, in panchina oggi all’Olimpico, e Luke, che è stato capitano della Under 20 neozelandese.

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