Africa, i fremiti dal calcio

Nel corso degli anni, il calcio ha assunto una profonda valenza sociale che lo ha reso al contempo prosecuzione della politica con altri mezzi – per parafrasare una celebre affermazione – e potenziale emancipazione dal disagio. Non è un mistero che dai campi di gioco siano transitate tensioni internazionali e rivalse di interi popoli, com’è successo in Italia con le vittorie sulla Germania del 1970 e del 1982: per tutti noi, anche se non lo ammettiamo apertamente, la guerra non è ancora un capitolo chiuso e l’attualità dei rapporti europei ha trovato nuova sublimazione durante gli Europei del 2012.

Se questi aspetti socio-politici sono evidenti nel mondo occidentale, ecco che in Africa conflagrano assolutamente in maniera straordinaria. Durante gli ultimi duecento anni il continente nero ha vissuto, con declinazioni cronologiche e territoriali diverse, due grandi tendenze, essendo sia terreno di battaglia, sia regione negletta. Le grandi capacità dell’Africa, soprattutto subsahariana, sono sempre più manifeste, e gli africani sono davvero pronti a conquistare ruoli da protagonisti sullo scenario internazionale. Eppure, stiamo vivendo il secolo indo-pacifico: il processo dialettico di riassesto degli equilibri globali è in pieno corso e il cuore produttivo mondiale sta tornando in Asia, cosicché lo scacchiere prioritario nel lungo periodo sarà l’Oceano Pacifico, laddove confliggono le faglie cinese e statunitense.

Sportivamente, tuttavia, non c’è mai stato tanto spazio quanto adesso per il calcio africano. Da quando football e rugby si scontravano in Sudafrica – espressioni di precise connotazioni razziali – sono trascorsi solo vent’anni, ma le Nazionali del continente hanno raggiunto picchi qualitativi all’epoca del tutto inattesi. Un tempo si sosteneva che la forza della Nigeria o del Camerun fosse solo fisica. Prendiamo d’esempio cinque giocatori africani contemporanei di levatura internazionale: Drogba, Asamoah, Eto’o, Sow e Benatia. Chi potrebbe affermare che la loro fama derivi esclusivamente dall’aspetto atletico? Come si dice in gergo, «ci sono piedi buoni», allenati per lo più in ambiente europeo. Sarebbe limitativo, infatti, soffermarsi soltanto sui calciatori con nazionalità di Paesi africani, poiché, soprattutto in Francia, esiste il contestato metodo – teoricamente avversato da FIFA e UEFA – delle naturalizzazioni rapide. Scorrendo la lista dei Bleus convocati per gli scorsi Europei si notano cognomi di giocatori nati in Africa e divenuti francesi, o che hanno optato per la cittadinanza transalpina, da Evra a Rami. Nei campionati in Francia militano molti calciatori provenienti dal Sahel, o comunque dalle regioni africane nord-occidentali, tendenza motivata innanzitutto dall’evidente persistenza dei legami post-coloniali.

In merito, è ben noto anche il fenomeno della compravendita di giovani promettenti: il sogno di un futuro migliore spinge le famiglie a enormi sacrifici, affinché i figli possano allenarsi in scuole che spesso non hanno nemmeno i permessi necessari. Secondo alcune stime, solo ad Accra, capitale del Ghana, sarebbero 500 le football academies non riconosciute, il più delle volte collegate ad ambigui gruppi religiosi. Da Europa e Medio Oriente, osservatori, procuratori e dirigenti cercano nuovi fuoriclasse nelle periferie del continente nero, ottenendo talvolta contratti iniqui che garantiscano a loro fino al 50% dei profitti dei giocatori per dieci anni. Tuttavia, per sollevarsi dalla miseria si prova anche questo: la speranza è che la globalizzazione del calcio, oltre a favorire il livellamento qualitativo, possa divenire reale motore di sviluppo.

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