Donne come uomini, chissà perché

Ogni tanto si affaccia sulla scena qualche donna che sfida gli uomini nello sport. L’ultimo episodio coinvolge  la sciatrice statunitense Lindsey Vonn che ha chiesto di competere con i colleghi maschi il 24 novembre in discesa libera a Lake Loise. E ha aggiunto, un po’ spaccona, “non vedo perché me lo debbano impedire”.

Iniziativa subito bollata dai soloni dello sci con un’espressione tagliente: “protagonismo inutile”. Seguita da un “ha cercato di far parlare di sé”, come se fosse l’ultima starlette in cerca di notorietà.

Il vertice dello sci, per bocca di un mammasantissima come il presidente della Federazione austriaca Peter Schroecksnadel, si è pronunciato in termini ultimativi: “semplicemente irrealizzabile”.  Gli esperti hanno subito commentato che il confronto  in libera sarebbe stato divertente perché la Vonn avrebbe rimediato non meno di cinque secondi dai più bravi, consolandosi con i mediocri dell’altro stesso: molti di loro li avrebbe “persino umiliati”.

La fenomenale Marlies Schild, sciatrice spesso impiegata in passato come apripista nelle gare maschili, ha chiuso il discorso con bonarietà: “Capisco la curiosità di Lindsey ma noi donne dobbiamo prendere atto delle differenze che caratterizzano i due generi”.

Saggia, la Schild, come tutti coloro che hanno ben in mente che la parità di genere, nello sport, riguarda le discipline che comportano un mezzo da guidare, a partire dal cavallo, il più simpatico di tutti. Da cui discende che il binomio amazzone-equino in molti casi supera quello cavaliere-equino, per migliore sintonia nell’eccellenza.

Anche la vela propone la categoria “open” e in teoria i motori non discriminano. Ma risultano eccezioni, come il caso di Danika Patrick che in Giappone seppe vincere in Formula Indy chiudendo anche terza in una 500 Miglia di Indianapolis.

Un sacco di equivoci li ha generati la cinese “a tre ante” Ye Shiwen che a Londra si è permessa di nuotare  l’ultimo 50 metri dei suoi 400 misti con un tempo ben migliore di Loche e Phelps. La cosa ha scatenato non poche fantasie, a partire dalle ipotesi, tutte maliziose, di qualche supporto farmacologico che le farà restituire la medaglia non appena saranno in grado di capire che cosa le han dato (o che cosa ha assunto). Magari a Rio, nel 2016.

Il tennis non sollecita il confronto, non ci sono Williams che possano scatenare confronti significativi con i maschi. La parità, nel tennis, è venuta ormai da tempo nei solicompensi, nel monte premi dei tornei di vertice.

Per dire di una che non ha mai fatto mistero di essere fortissima, Josefa Idem si è allenata per Londra con un canoista azzurro under 14. Per questione di ritmi adeguati e mai forzati.

In atletica solo Paula Radcliffe si è avvicinata in maratona al tempo dei maschi, ma il suo 2 ore 15 minuti e 25 secondi è un crono mediocre per un maschio impegnato sui 42 chilometri. E chi favoleggiava della Isinbaeva che avrebbe avvicinato Bubka nel salto con l’asta si è arreso all’evidenza.

L’evidenza, parola chiave.

Come la parità di partenza, espressione chimerica dello sport. Anche il golf, così intelligente da proporre l’handicap, grande espressione di egualitarismo teorico, non mischia i sessi se non per gioco.

Gioco, ultima parola chiave, mai pronunciata dalla Vonn. Se avesse detto “per gioco” sarebbe stata creduta.

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