Quali i danni cerebrali da sport?

A maggio ne avevamo accennato, ora la vicenda prende consistenza nelle aule dei tribunali statunitensi. In quelle sedi sfileranno oltre 2.100 ex giocatori di football, o i loro familiari, per portare avanti una class action contro la National Football League, accusata di aver nascosto le informazioni sui danni cerebrali permanenti che il football americano può determinare e la loro notevole incidenza sul fronte professionistico di quello sport.

La ricerca pubblicata su Neurology avrà riflessi anche in Italia, dove opera il procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, da anni impegnato sulle connessioni tra il calcio di alto livello e l’incidenza di casi di sclerosi laterale amiotrofica (o SLA).

Lo studio guidato da Everett Lehman, del National Institute for Occupational Safety and Health di Cincinnati, nell’Ohio, non entra nel merito delle responsabilità, ma oggettivizza un dato: alcune categorie di sportivi, in questo caso specifico i giocatori di football americano, muoiono tre volte più del resto della popolazione per malattie neurodegenerative. Riferendosi nello specifico al morbo di Alzheimer e alla  SLA, il dato aumenta sino a quattro volte.

Lo studio ha visto analizzati oltre 3.400 giocatori professionisti – età media 57 anni – scesi in campo nella National Football League per almeno cinque stagioni fra il 1959 e il 1988. Al momento dell’indagine 334 di loro, quindi il 10%,erano già deceduti. «Un dato di mortalità, considerate tutte le possibili cause, inferiore a quello della popolazione generale» spiega Lehman, «come è verosimile in una popolazione di sportivi sani, ma analizzando cause del decesso stupiscono i sette casi attribuiti all’Alzheimer e gli altre sette legati alla SLA, perché sono dati quattro volte superiori alla media».

Meno marcata la differenza – pari a circa tre volte – considerando tutte le malattie che emergono da danni cerebrali. Il morbo di Parkinson, che spesso colpisce i pugili a fine carriera, non coinvolge in particolare gli ex-giocatori di football americano.

Entrando nel merito dei ruoli, lo studio statunitense evidenzia che tra i quarterback, più rapidi di altri giocatori, il morbo di Alzheimer e la SLA sono tre volte più incidenti rispetto agli uomini di linea, di difesa o di attacco.

Sul fronte italiano ci sono analogie per quanto riguarda il calcio e la frequenza di SLA: «Molto dipende dal ruolo, dalla posizione in campo» specifica Adriano Chiò, del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Torino, che con Gabriele Mora della Fondazione Maugeri di Pavia ha vagliato più di 7.000 giocatori di serie A e di serie B. «I centrocampisti sembrano quelli che rischiano di più, mentre tra i portieri i casi sono assenti ».

Il tema di fondo rimane la comprensione delle cause. Sin qui sono stati raccolti soltanto indizi per capire in che modo alcuni sport predispongono a certe malattie neurodegenerative. I ricercatori americani rilevano che soltanto l’autopsia consentirebbe di accertare se alla base dei quadri clinici sussistevano le diagnosi descritte nei certificati di morte (morbo di Alzheimer o SLA) e non invece il danno legato al ripetersi di traumi cranici di varia natura ed entità.

L’ipotesi che a generare le malattie neurodegenerative siano i ripetuti colpi in testa, legati in particolare al football americano in cui gli impatti sono spesso devastanti, non è confermata. Non c’è rapporto diretto di causa-effetto.

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