Simone Moro vola altissimo

Metti una sera a Milano, in Triennale, complice The North Face che ospita Simone Moro, alpinista bergamasco a tutti noto (dopo che è andato dalla Bignardi) affiancato da un compagno di avventure del calibro di Denis Urubko, alpinista russo naturalizzato kazako che gli è fratello d’avventura.

In platea duecento persone affascinate dalla semplicità dei due. L’uomo dell’est riesce a scherzare in una lingua non sua, ha tempi comici di pregio. Moro per una sera è testimonial di se stesso e del suo ruolo, inedito, di produttore di un documentario di forte impatto girato in Himalaya la scorsa estate.

Un cortometraggio di 24 minuti nel quale si testimonia uno degli aspetti più inquietanti dell’himalaysmo odierno con la gente che sull’Everest si mette in fila per scalarlo, incurante della propria incapacità, solo in grado di pagare cifre da capogiro: 70 mila euro per poter raccontare di esserci stato, “facendosi trascinare in cima da qualcuno idoneo, ma non disposto a morirci, come è successo l’estate scorsa a una dozzina di persone”.

Il racconto di Simone segue di poco le immagini visionate, riepiloga la scelta consapevole di una resa. All’evidenza: “È impensabile pensare di salire cinque metri ogni dieci minuti, non puoi sull’Everest essere in coda come in tangenziale, e se mi fosse venuto in mente di superare il serpentone mi avrebbero impiccato”.

Così, senza pensarci troppo, Moro ha deciso che aveva di meglio, lì in zona, sulle montagne himalayane che conosce a menadito, soprattutto dall’alto. Ha vestito altri panni, quelli di pilota di elicottero per il soccorso in alta quota.

Soccorso significa, da quelle parti, salvare la vita di chi la mette a rischio o il recupero di sventurati morti per imperizia o scelleratezza – “un buon cinquanta per cento in Himalaya dovrebbe andare per montagne alla sua portata, non sull’Everest,” – ma soprattutto aiuto alla popolazione locale. Capita che una partoriente abbia complicazioni e necessiti del trasporto in ospedale da una località sperduta (“provate a immaginare l’intero arco alpino senza strade”) o che uno studente sia vittima di un incidente nel consueto tragitto che lo porta a scuola, magari dopo due ore di camminata impervia. Si fa male e può morire, di stenti e di freddo.

Il documentario ha mostrato il tipo di soccorso, con un verricello e l’elicottero che spesso sosta con le pale che sfiorano la parete di roccia.

Simone Moro ha iniziato a pilotare da quelle parti tre anni fa, ha cumulato 1.300 ore di volo a quote vertiginose (oltre i 6.800 metri) e ha inanellato una serie di gesti. Senza chiedere. Ha lavorato gratis per una compagnia di elicotteri nepalesi. “A chi non può facciamo pagare il solo carburante, a chi ha mezzi facciamo pagare anche per chi non ha”.

Gli slanci, non altro, hanno poi indotto Simone a indebitarsi: “Coinvolgendo la mia famiglia e un po’ di gente che mi segue, ho da poco comprato un elicottero per portarlo in Himalaya e giocare in proprio quando non scalo le montagne. Mi dicono che sono matto ma è meglio così”.

Molto meglio così. Grazie per l’esempio.

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