Una biblioteca intera di ciclismo

Di questi tempi non so se possedere un migliaio di libri sul ciclismo si debba considerare un vanto o una mania di cui sorridere. Per un ciclofilo e innamorato della lettura e della scrittura come me è l’una e l’altra cosa. Il libro più vecchio che possiedo è senza dubbio un manuale del ciclista edito da Ulrico Hoepli, zurighese appassionato di editoria, che pubblicava libri scolastici e scientifici. Anno di stampa 1894. Ho anche quello del 1910, curato da Umberto Grioni, intitolato Il Ciclista.

Mi piace rileggere, toccare con mano e annusare il profumo di quel libretto di Olindo Guerrini, scrittore e poeta romagnolo, intitolato “In Bicicletta”. E’ una edizione degli inizi del Novecento. Purtroppo, dell’opera immortale di Alfredo Oriani, La Bicicletta, possiedo soltanto la copia anastatica.

L’avventura in bici di Alfredo Panzini, altro grande letterato romagnolo, intitolata “La lanterna di Diogene”, mi fa sognare perché mi riporta indietro nel tempo, quando la mia terra era una infinita distesa di acqua. Ad un tratto Panzini è costretto ad abbandonare la bici per salire in barca.

Narrativa e ciclismo vanno a braccetto. Basta leggere le corrispondenze di Vasco Pratolini, autore di Metello, sul Giro 1947, quelle di Dino Buzzati sul Giro 1949, di Alfonso Gatto, della Ortese, di Manlio Cancogni. E di grandi letterati prestati al giornalismo, come Orio Vergani e lo stesso Gianni Brera, autore di un formidabile “Io Coppi”, edito da Vitagliano dopo la morte del campionissimo e ristampato successivamente da altri editori e sotto altri titoli, come “Coppi e il diavolo

Non esiste altro sport ad avere una bibliografia così copiosa e variegata come il ciclismo.

Ci sono editori che campano stampando unicamente volumi dedicati allo sport della bici. Un altro appassionante capitolo è quello delle biografie dei grandi campioni. A partire dal campionissimo Fausto Coppi di cui sono stati scritti oltre 50 libri, non soltanto in Italia. Li possiedo ormai tutti, a cominciare da quello (anno 1948) di Guido Giardini, giornalista della Gazzetta, che lasciò il posto a Bruno Raschi, dopo il suo pensionamento avvenuto nel 1959.

Su Bartali il libro che ha fatto storia è La mia storia. Copertina marrone, prefazione di Emilio De Martino, edito dalla allora casa editrice della rosea. Il più vecchio in assoluto è invece un libretto su Giovanni Gerbi, il diavolo rosso, intitolato “Gerbi e le corse del suo tempo”. Siamo agli inizi del Novecento e un giovanissimo Vittorio Varale segue già corse e corridori. Lui stesso, proco prima della sua tragica fine, mi ha donato questo libro con un’affettuosa dedica. Un’altra delle sue biografie, degli anni Venti, è dedicata a Girardengo, il primo campionissimo o se volete l’omino di Novi.

E poi quella di Learco Guerra, la locomotiva umana. E Binda ovviamente.

In questi ultimi tempi sono usciti libri dedicati a ciclisti meno noti e comunque non di primissimo piano, quali Ortelli, Balmamion, Mollo, Astrua, Belloni, Valetti, Olmo e tanti altri.

Vediamo la tecnica, con il libro-monumento di Giuseppe Ambrosini, Prendi la bicicletta e vai, e poi la narrativa, le biografie e naturalmente la poesia, perché la bicicletta è carica di lirismo.

Insomma, la bici è qualcosa di miracoloso, come ha scritto Marc Augè, sul suo ultimo libro intitolato Il bello della bicicletta.

“Il miracolo della bicicletta è che è una prova esistenziale fondamentale che rinsalda coloro che vi si dedicano nella loro stessa coscienza identitaria: pedalo, quindi sono”.

“Appena siamo in sella, cambia tutto, e ritroviamo noi stessi, riprendiamo possesso di noi. E’ la nostra storia personale ad accudirci. Il mondo esterno si impone concretamente nelle sue dimensioni fisiche. Ci resiste e obbliga a uno sforzo di volontà ma, allo stesso tempo, si offre a noi come spazio di libertà intima e di iniziativa personale, come spazio poetico, nel pieno e primo senso del termine”.

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