Israel Dagg tutto per noi

Israel Dagg - Foto di Sabrina Conforti (http://www.scstile.it/)

Raggiunto all’altro capo del mondo, il giovane fenomeno neozelandese si è reso disponibile per una chiacchierata a tutto campo. In esclusiva per Sportivamente Mag.

Israel Dagg, come ti vedi prossimamente all’Olimpico, di fronte a 80mila persone? Una vera emozione oppure il test con gli azzurri conta meno delle sfide con le anglosassoni, Scozia, Galles e Inghilterra?

Non riesco proprio a considerare di secondo piano un test con la maglia degli All Blacks. È una nuova sfida per me, gli italiani impostano la gara sulla passione e sul fisico. Stadio e pubblico renderanno effervescente l’atmosfera. Spero vivamente di essere selezionato!

Per noi italiani il match del 2009 a San Siro fu un evento: un intero stadio in silenzio per l’haka non si era mai visto. Qualcuno dei tuoi che giocò allora te ne ha parlato?

I ragazzi non fanno che parlare di quanto fosse incredibile l’atmosfera e lo stesso stadio, in particolare le facilities: le panchine di una squadra importante come il Milan sono certo più comode di quelle in legno degli stadi kiwi.

Che idea hai dell’Italia e, più in generale, della nostra cultura?

Sono stato da voi solo una volta, per un misero giorno. Diciamo che vi conosco di fama, per via del cibo, della storia e degli scenari. Non vedo l’ora di passarci qualche giorno tra non molto.

Cosa conosci del rugby italiano?

Sergio Parisse è un world class player e contro di noi ha sempre dimostrato di sentirsi a suo agio. Per il resto so che siete molto orgogliosi e, in generale, vi piace la battaglia in mischia: spero siate pronti perché so cosa possiamo fare noi blacks…

Che cos’è cambiato nella tua vita dopo la vittoria mondiale?

A livello di squadra la pressione non è certo diminuita, nonostante sia arrivata la vittoria mondiale tanto attesa. Personalmente ho solo smesso i panni dell’ultimo arrivato: giocando e vincendo una Webb Ellis Cup finiscono per conoscerti tutti. Che poi, attenzione, è molto bello e ti spinge a essere ancora più determinato nella performance.

Ormai sei una star, come McCaw e Carter. Come vivi questa improvvisa fama?

Ahahahahah! Sinceramente solo mia madre riesce a considerarmi alla pari di Richie e Dan, io sto con i piedi per terra, cerco di vedere la mia famiglia quanto più possibile, vado a pesca e a caccia come prima. Gioco anche a golf. Sono fortunato a essere cresciuto a Hawkes Bay: appena posso stacco dalla vita cittadina e trovo rifugio in famiglia e negli amici di una vita.

La concorrenza è sempre agguerrita, immaginiamo.

Diciamo che la mole di talenti da noi non ti permette di vivere di rendita. Devi continuare a lavorare e migliorarti, non essere mai appagato. Solo così puoi rimanere il migliore nel tuo ruolo. Carter e McCaw rappresentano proprio questa mentalità e io l’ho adottata a occhi chiusi.

Hai mai pensato di giocare in Europa? Se sì in quale campionato?

Non ho mai veramente considerato di giocare fuori dalla Nuova Zelanda, banalmente perché sto vivendo il sogno di ogni ragazzino kiwi: All Blacks, Super Rugby, European Tour, Championship. Ho visto qualche partita del vecchio continente, sembrano campionati belli competitivi. That’s it!

Match più difficile del tour? England or Wales?

Sono entrambe partite complicate, sarà per questo che li chiamiamo test match! Non so chi temere di più, preferisco che la risposta arrivi dal campo: ci sentiamo prima di Natale!

Torniamo alle partite giocate: cosa ne pensi dell’Argentina che avete affrontato per la prima volta nel Championship.

I Pumas nel torneo mi hanno consentito di vedere un nuovo magnifico Paese: anche questo è rugby. A livello di gioco i biancoceleste sono simili a voi italiani: imparate in fretta e ci mettete il cuore. Già dall’anno prossimo sarà complicato giocarvi contro perché ora il movimento ha veramente gli strumenti per crescere.

Punti forti e punti deboli di Israel Dagg?

Sono segreti, come faccio a svelarteli? Poi dovrei ucciderti!

Giochi molto al piede, uno dei tuoi punti di forza sono gli appoggi. Che tipo di Adidas adoperi?

Un modello leggero, l’RS7: a volte non sembra neanche di averle ai piedi. Mi trovo molto bene sui calci e nei cambi di direzione.

Che poster avevi in camera da ragazzino?

Christian Cullen, lui sì che era magnifico!

Per finire, il tuo primo ricordo ovale e il tuo miglior ricordo ovale.

In assoluto il primo sono i Mondiali sudafricani 1995. All’epoca avevo sei anni e guardavo le partite a casa, la mattina presto. La scintilla è scoccata allora.Quanto al miglior ricordo non ho dubbi: il fischio finale l’anno scorso. Ogni tanto devo ricordarmelo: sono campione del mondo in carica!

 

Israel Dagg in sintesi

Israel Dagg, all’anagrafe Israel Jamah Akuhata Dagg, origini maori per parte di madre, nasce a Marton, una cittadina di circa 15mila abitanti nel distretto di Rangitikel. L’adolescenza non è delle più semplici, a 12 anni beveva e sembra destinato a una brutta fine. Lo aiuta il talento cristallino che gli propone una borsa di studio al Lindisfarme College. Presto diventa un punto fermo nella squadra di Hawke’s Bay, in compagnia dell’amico Zac Guilford, dove sosta tre anni. Inizia la trafila delle nazionali giovanili e si mette in mostra anche con gli All Blacks Seven, tra il 2007 e il 2008. Oggi lo si considera uno dei migliori estremi al mondo ma – tecnicamente – è un utility back.
Israel ha gamba, corsa, side step e un’innata capacità a giocare nell’intervallo. Il cruccio del suo club, i Crusaders (ha firmato da poco un biennale), squadra di Christchurch, è che sembra trovare la forma esclusivamente con la maglia della nazionale.
La prima meta in maglia All Black è datata 2010 ed è decisiva per la conquista del Tri Nation in casa contro il Sud Africa. Nel 2011 è Israel ad aprire le marcature all’esordio mondiale con Tonga ed è lui il protagonista dell’off load per Ma’a Nonu dopo 5 minuti dall’inizio della semifinale con l’Australia, che vale la finale e un (bel) pezzo di Rwc.


Leggi anche:

Olimpiadi di Amsterdam - 1928
Un mancino che impressiona
In una sola parola EsempiDiSport
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: