Il rugby che verrà (nel 2022)

I flussi migratori influiranno sul futuro dell’Italia ovale? Avremo una nazionale United colors of Benetton o ci chiuderemo in noi stessi? L’indagine sul rugby a venire, diciamo fra dieci anni, muove da David Michael Odiete, primo italiano di colore a vestire l’azzurro della Nazionale. Alle sue spalle, fateci caso, non meno di 200mila immigrati l’anno. È giocoforza pensare a un Paese in rapido mutamento, con un’imponente forza lavoro pronta a integrarsi e a darsi da fare anche nello sport.

Per scoprire che cosa potrebbe accadere ci siamo confrontati con un professore di Antropologia dell’Università Bicocca di Milano, Roberto Malighetti, con Andrea Mazza, preparatore atletico delle giovanili del Gran Parma (e vincitore di uno scudetto, come allenatore, dell’U20) e con Gianluca Guidi, ex nazionale e allenatore dell’Italia A, già protagonista con il vivaio azzurro.

L’antropologo Malighetti chiarisce subito: « Come tutte le società presenti sul pianeta, comprese le più piccole tribù, siamo interessati da flussi globali. L’antropologia contemporanea ne prende atto dopo che quella classica per secoli ha creato le culture, l’identità degli stati-nazione, dando vita a categorie quali l’appartenenza, l’autenticità e la purezza. Del tutto politiche, se andiamo a vedere. Non a caso il modello antropologico eurocentrico, basato su luogo, cultura e identità, è stato creato ad arte, in base alle convenienze”.

La razza, sconfitta dalla biologia e dalla Storia

David Michael Odiete

Con la chiamata di Odiete in nazionale i media si sono divertiti scrivendo che, per la prima volta nella nostra storia, un “nero italiano” è stato raggiunto dalla convocazione. Come al solito un’esercitazione di qualunquismo. Malighetti va oltre: «Con gli studenti faccio spesso questo ragionamento: posto che Danny Mendez, prima e unica Miss Italia nera, non rappresenta l’italianità, dovete spiegarmi perché Martina Colombari sì. A questo punto io, in quanto professore, mi chiedo da dove provenissero tutte le mie fidanzate, non avendone mai avute così alte, così bionde, eccetera».

Malighetti incalza con un altro interrogativo: «Chi ha imposto, costruito, questa identità estetica? Ecco la domanda da porci: quanto è italiana, in termini percentuali, una modella nata nel nostro Paese, che parla italiano e che ha frequentato le scuole qui».

Con tutto questo, se nel rugby non si fa caso a un nero o a un giallo nel contempo ci vergogniamo a schierare in azzurro un seconda linea come Pavanello perché troppo basso. Dice Andrea Mazza: «I normotipi da noi sono un peso, vengono scartati. Sono anni che si parla di criteri di selezione obsoleti e dimenticati da tutte le nazionali davanti a noi nel ranking. Da noi arrivano stranieri “piccoli”».

I flussi maggiori dall’Africa, rilevanti ai fini della propaganda ovale, interessano popolazioni di normodotati: Marocco, Tunisia, Egitto. «Questa prospettiva – riprende Malighetti – aiuta a chiarire che siamo sempre stati compositi. Le categorie razziali sono ormai sconfitte. Non solo dalla biologia (il ceppo è uno, il resto è poca cosa) ma anche dalla storia. Con i flussi migratori la nostra composizione identitaria si sta intensificando, secondo linee nuove, che spaventano in quanto tali. Quelle vecchie le abbiamo, per così dire, metabolizzate: pensate solo al caso dei meridionali, qualche decennio fa”.

Il primo a tranquillizzarci è il diretto interessato, Odiete: «L’intolleranza di cui si parla tanto appartiene alle vecchie generazioni. Noi ci relazioniamo con gente di diverso colore, accento, cultura. Non ce ne accorgiamo neanche». «Alcuni giocatori sono talmente integrati da parlare con disinvoltura in dialetto», gli fa eco Andrea Mazza.

Gianluca Guidi è anche convinto che «confrontandosi fin da piccini con linguaggi, colori e tradizioni la cultura sportiva sia per forza maggiore. Senza scendere nella retorica, i ragazzi oggi sono magari frivoli su alcune questioni ma assai seri e lucidi su queste tematiche.

Una questione sociale

Ora guardiamo all’estrazione sociale del giocatore straniero. Gli inglesi che giocano da noi sono spesso di ottima famiglia. Vengono per master, dottorati, anni all’estero. Giocano bene, insegnano molto, apprezzano le responsabilità ma non è facile convincerli a dare l’anima, perché sono a tempo, faticano a mettere radici. Cosa invece più facile con australiani e neozelandesi che provengono da nazioni libere da (ferree) logiche socioeconomiche. Però anche loro sono figli di società stracolme di benessere. Discorso diverso riguarda l’est europeo (i rumeni con quasi un milione di presenze sono i più numerosi da noi) con drammi familiari, bellici, politici: «Gli slavi, i russi sono come delle bombe a mano, bisogna forgiarli per incanalare l’aggressività solo sul campo da rugby. Altrimenti sono capaci di ubriacarsi e produrre risse con grande facilità». La questione è poi anche geografica: nelle città i ragazzi sono più protetti, seguiti. Nei quartieri periferici si è in balia degli eventi: si ha poco e ci si ammazza di conseguenza. Anche su un campo da rugby.

Chi dovremmo reclutare

Rispetto ai ragazzi dell’est ci vuole altro: «I neri sono sicuramente degli atleti di un’altra categoria», si inserisce Andrea Mazza, «dovremmo puntare sul loro reclutamento, perché hanno fibre muscolari più reattive, veloci e esplosive. Unico neo la precocità: durante l’adolescenza è bene tenerli sotto controllo perché non si rendono conto di che potenza possono sprigionare e il rischio di strappi e stiramenti è molto più alto che negli altri ragazzi».

Oltre al bacino africano, secondo Andrea dovremmo fare dei progetti di scambio con le Isole del Pacifico: «non hanno paura e corrono veloci come dei neri o bianchi di 80 kg. Solo che, di media, pesano 30 kg in più. Hanno una muscolatura fuori dalla norma, elastica e povera di grasso, cui si aggiunge un’inventiva unica, pazzesca. Se questa creatività fosse in dote agli Springbocks – altra fucina di atleti eccezionali – potrebbero vincere le prossime due edizioni dei mondiali».

Le grandi Union, seguendo l’esempio degli All Blacks, stanno infatti tutte guardando a est: «uno come Parisse fa 150/160 kg di panca. Un samoano magari ne fa 220. Capite la differenza genetica?». Certo la testa è quella che è, gli isolani bisogna anche trovarli mentalmente a posto, non tutti si ambientano con le stessa facilità di Tuilagi: «Questo è un punto fondamentale», prosegue Guidi, «perché gli anglosassoni pescano da bacini affini e hanno una mentalità più adatta a inquadrare i giocatori stranieri». Da noi purtroppo gli stranieri non sempre convincono (alcuni finiscono anche sui giornali per delle bravate ndr) e non abbiamo contratti che possono “ricattarli” a dovere. E in più, campioni veri dalle nostre parti se ne vedono pochi: «a noi arrivano molte richieste di italo-francesi o italo-irlandesi. Però molti sono solo in cerca di contratti o di carriere in squadre nazionale più abbordabili, meno selettive». Quindi? «Difendiamo i nostri prodotti. Però cerchiamo di non fare la figura dei fessi».

Non come la Francia

Diventeremo come la Francia, con l’apertura vietnamita, la terza linea ivoriana e il tallonatore polacco? «Direi di no», esordisce netto Malighetti, «la Francia è sicuramente un bell’esempio, soprattutto per lo sport, in termini di risultati. Però la sua società multietnica non solo è frutto delle colonie (che noi non abbiamo avuto) ma anche di politiche di “francesizzazione” che, su presupposti democratici, hanno poi creato ghetti e, di fatto, imposto un’idea di stato-nazione, non una commistione naturale e fisiologica tra le culture».

Andrea Mazza non fa riferimento al nostro passato coloniale: «la Francia, oltre a più tesserati, può contare su una professionalizzazione del rugby che è anni luce da quella nostra. Possiamo anche recuperare terreno ma raggiungerli è difficile: dovrebbero star fermi a guardare».

Insomma, è un po’ difficile colmare il gap, «anche perché loro quando qualcosa funziona sono soliti condividerla. Per poi validarla a livello federale e controllare che venga effettivamente messa in pratica». In effetti da noi è più difficile, si è molto più gelosi, individualisti. «Ma è un problema di mentalità, il rugby è solo un esempio: con De Rossi a Parma ho pianificato un intero quadriennio con l’U18 e l’U20. Alla fine abbiamo vinto un titolo italiano contro squadre imbottite di giocatori dell’Accademia. Sull’onda del successo non pensavo di farne materiale didattico, ma mi ha stupito non ricevere telefonate o richieste sui protocolli di lavoro. Poteva essere utile a tutti, no?».

Quindi, nel 2022?

Sicuramente Andrea Mazza continuerà ad avere giocatori in Accademia ma non avrà difficoltà a rapportarsi con il tecnico che li segue in settimana, preparando insieme i carichi e la tipologia di lavoro. Roberto Malighetti dovrà cambiare esempi perché la Miss Italia nera non se la ricorderà più nessuno. Difenderà le nuove vittime della discriminazione, i cinesi, additati più per responsabilità economiche che per reali minacce allo status quo. Gianluca Guidi sarà finalmente vicino alla panchina della nazionale, dopo aver portato ai quarti dei mondiali giapponesi una squadra di Tier 3. David Michael Odiete sarà felice della nuova scelta federale: dopo tanti anni torna sulla panchina della Nazionale un tecnico nato e cresciuto nel suo Paese, l’Italia.

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