Il rientro alle corse ha fregato Armstrong

Lance Armstrong sarà ricordato per il Mondiale vinto a Oslo nel 1993, la Clasica di San Sebastian colta nel 1995 e la Freccia Vallone che si è aggiudicato nel 1996. Tutto qui. Parliamo dei successi colti dal corridore texano prima che un tumore gli sconvolgesse la vita, stoppandone la carriera e mettendo a serio rischio la sua esistenza.

Le tre ricordate sono le uniche vittorie colte senza l’aiuto della ricerca farmacologia, che poi ne ha fatto una cavia da sperimentazione, con la scusa di tenerlo in vita e di restituirlo a una nuova carriera. Almeno questo afferma il rapporto dell’Agenzia antidoping statunitense (Usada) alla quale l’Uci ha dato oggi piena legittimazione.

Lance Armstrong dal 1999 ha sottoscritto un patto col diavolo, ma ha conservato un versante di rispettabilità, quello che lo ha visto tenacemente impegnato con la sua Fondazione Livestrong per aiutare la ricerca oncologica. Su quel fronte Armstrong non ha mai bluffato, ha fatto del bene a molti ed è giusto ricordarlo anche per i suoi meriti.

Per il resto carte sempre truccate. Mentendo sapendo di mentire.

Ad Armstrong non si dovevano sconti ma nemmeno vorremmo che fossero riservati a chi, in questi anni, lo ha usato come uno scudo. E spesso ne ha fatto una bandiera.

Ci piacerebbe che, contestualmente alla cancellazione dagli albi d’oro di Armstrong, venisse cacciato dallo sport chi del texano si è servito.

Per primi vorremmo veder sostituiti  gli organizzatori del Tour de France che se ne gloriavano e, di fronte ai sospetti, sostenevano che “le calunnie fanno parte del giustizialismo” mentre loro erano sempre e solo legalitari.

Per secondi vorremmo un bel repulisti nell’Unione Ciclistica Internazionale, a partire dai suoi due ultimi presidenti (Hein Verbrueggen e Pat McQuaid) in quanto propugnatori di costosi e del tutto inutili controlli antidoping.

Da ultimo che venissero finalmente smascherati e puniti tutti quanti (a partire dai medici compiacenti) sapevano e non hanno parlato, salvo farlo (gli ex-compagni di squadra) per ottenere sconti di pena.

Un ultimo appunto, malizioso ma ce lo concederete: il vero torto di Armstrong è stato quello di tornare al professionismo, di non saper resistere alla tentazione di fermare il tempo. Un peccato di presunzione che non trova mai compenso.

Nessuno ci toglie dalla mente che gliel’abbiano fatta pagare gli omertosi a tutte le latitudini che ora gioiscono.

A uno che non può più dare puoi solo prendere.

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