Il ciclismo degli inossidabili

Vito Ortelli - sitodelciclismo.net

I grandi vecchi del ciclismo sono rimasti in due, entrambi classe 1921: Alfredo Martini e Vito Ortelli. Il più vecchio e più popolare Fiorenzo Magni ci ha lasciati ieri. Del grande Alfredo sappiamo tutto o quasi. Ciclista discreto e soprattutto ammiraglio intelligente e dotato di grande fiuto, capace di mettere d’accordo Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci. Come commissario tecnico un altro Alfredo Binda insomma. Vito Ortelli è sicuramente il meno noto.

Romagnolo di Faenza, lo scorso 5 luglio ha festeggiato i 91 anni. Lo chiamavano il “Binda dei dilettanti” perché vinceva tutto. E nel 1946, al Giro della Rinascita, fu lui il terzo uomo, dopo Bartali e Coppi. Un grande fuoriclasse che poteva diventare un campione. Purtroppo, dopo un intervento alla gamba non riuscì più a riprendersi e nel 1952 è stato costretto ad appendere la bici al chiodo.

Pignolo e meticoloso fino all’esasperazione, Ortelli ha saputo mettere in pratica (a volte anche in discussione) i consigli di Giuseppe Ambrosini, il grande giornalista e direttore della Gazzetta che per primo aveva trasformato il ciclismo in sport scientifico. Celebre e sempre più tradotto, persino in russo, il Prendi la bicicletta e vai di Ambrosini,  per tanti anni autentica bibbia per praticanti e preparatori.

L’Alfredo, toscanaccio come Bartali e Magni, anche se Fiorenzo è considerato un monzese di adozione, ha sempre mostrato grande affetto e amicizia per il suo inseparabile amico e compagno di squadra nelle categorie giovanili. Firenze dista pochissimo da Prato e Magni era nativo di Vaiano. Ortelli ricorda con affetto il suo amico Fiorenzo. “A dire il vero, subito dopo la guerra, Magni in Romagna non era molto amato per via dei suoi trascorsi politici. Le vicende belliche e la guerra civile ci avevano profondamente segnato. Ma poi tutti noi ciclisti romagnoli ci abbiamo messo una pietra sopra. Fiorenzo e io siamo diventati amicissimi e devo dire che mi aiutato molto. Ero il suo vice alla associazione corridori. Per vent’anni, anche grazie a lui, ho fatto il direttore di corsa.

Non solo direttore di corsa ma anche costruttore di biciclette e che biciclette.

“Ne ho costruite oltre 5.000, tutte contrassegnate dal mio nome. Nella mia bottega sono passati tutti e ho cercato di trasmettere ad altri i segreti del mestiere. Magni, Pezzi, Martini e io spesso ci consigliavamo sulle scelte e sul futuro del nostro movimento. Adesso, purtroppo siamo rimasti soltanto in due, io e Alfredo. Sono io questa volta a stargli a ruota come età perché ha 4 mesi e mezzo più di me.

Due novantunenni granitici. Vito è caduto di bici, da fermo e adesso è sofferente a un ginocchio. Ma quando comincia a parlare è un fiume in piena e i ricordi sono ancora nitidi: “Finita la guerra ero tra i corridori piu’ in forma e cominciai a vincere subito la Milano Torino nel 1945. Se qualcuno non mi avesse teso una trappola, al Giro del ’46 non so se Gino mi avrebbe sfilato la maglia rosa”.

 

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