L’uomo sempre a cavallo

Dino Bruni

Storie che rincuorano, ce ne sono ancora. Una vita a cavallo quella di Dino Bruni, 80 anni lo scorso 13 aprile, con vicende in sella tutte da raccontare. Fedelissimo scudiero di Ercole Baldini, Dino è il ciclista ferrarese che più di ogni altro ha saputo mettersi in evidenza. Fu anche l’unico azzurro al Tour 1959 (quello vinto dallo spagnolo Bahamontes, soprannominato l’aquila di Toledo, in maglia Tricofilina Coppi) capace di vincere più tappe. “Quell’anno ebbi il privilegio di vincere a Rouen, paese natale di Anquetil e a Saint Etienne, dove era nato l’altro idolo di Francia, lo sfortunato Roger Rivière. Me ne stavo sempre vicino al mio capitano e amico Ercole. Ricordo l’ultima tappa di Parigi, che potevo vincere e invece feci secondo. Fausto Coppi si complimentò con tutti noi ed era felicissimo che il trionfatore della Grande Boucle vestisse la maglia che portava il suo nome”.

Bruni, che insieme a Rubens Buriani, indimenticato giocatore rossonero, è il cittadino più famoso di Portomaggiore, centro agricolo del Ferrarese, dopo aver cavalcato la bici per più di vent’anni (da allievo, nel 1950, si laureò campione italiano nella categoria allievi) e dopo aver centrato 30 bersagli vittoriosi da professionista (tappe al Giro e al Tour, classiche e circuiti), ha deciso di cavalcare un cavallo vero e infatti da tanti anni partecipa a gare di cross e di fondo. “Ho vinto l’ultima gara di fondo un paio di anni or sono. Purtroppo il mio difetto è quello di trasformare le passioni in agonismo, come quando andavo a caccia. Con il mio cane vinsi un campionato internazionale e due campionati italiani. Adesso ho un cavallo che si chiama Cicodream, più rapidamente Cico, che mi tiene compagnia e che lascio libero tutto il giorno.

Agile, attivissimo, Bruni è scattante come ai vecchi tempi, quando le sue volate in progressione facevano male anche a tipi come Van Looy, Poblet e Darrigade, autentici maestri dello sprint. Una o due volte ha avuto la soddisfazione di battere quei “mostri sacri”, giocando d’astuzia. Argento a Helsinki 1952, quattro anni dopo, ai Giochi di Melbourne 1956, fece da regista alla squadra, che ebbe in Ercole Baldini il suo degno e vittorioso protagonista.

Metà della sua vita l’ha trascorsa cavalcando, sulla due ruote a pedali e sui suoi amatissimi puledri. E ora? “Ora mi riposo, si fa per dire. In effetti non sto mai fermo, anche se leggo molto e ascolto musica classica, le altre due grandi passioni. Mi manca ovviamente l’agonismo, la sfida con me stesso e con gli altri. Ma a 80 anni devi anche saper rallentare certi ritmi”.

 

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