Razza d’idioti

Giovedì 18 ottobre si conoscerà l’esito del procedimento disciplinare dell’Uefa nei confronti della Lazio per comportamento scorretto dei suoi tifosi (insulti razzisti) durante il match di Europa League con il Tottenham. Nel mirino dei supporter laziali tre giocatori di colore (Aaron Lennon, Andros Townsend e Jermain Defoe) apostrofati a Londra con ululati e atteggiamenti scimmieschi mimati da un manipolo di idioti che si dicono tifosi biancazzurri.

Questo, secondo i giornali inglesi. In casa Lazio dicono che non è successo nulla. André Villas-Boas, allenatore del Tottenham, afferma di non aver sentito alcun “buuu” rivolto ai suoi. Tempo fa ha detto che degli idioti lui non si cura: “Ci pensino le autorità preposte”.

Il Regno Unito del pallone negli anni scorsi si è distinto per numerosi episodi di razzismo, protagonisti i giocatori. Tra gli altri figura alla grande John Terry, già capitano della Nazionale, per le sue espressioni di…  simpatia nei riguardi di Anton Ferdinand. Meglio di Terry ha fatto l’attaccante dei Liverpool Luis Suarez che si è rifiutato di stringere la mano al giocatore dello United Patrice Evra dopo aver rimediato in passato otto giornate di squalifica per gli insulti regalati allo stesso Evra.

Non pochi idioti vanno in campo. Si è distinto, in proposito, lo svizzero Michel Morganella estromesso dall’Olimpiade per aver twittato insulti ai coreani: «Andatevene a farvi bruciare. Ahahahah, banda di ritardati mentali». Dopo tre minuti lo sapeva il mondo intero. Fuori, senza appello.

Anche Mario Balotelli riceve applausi ovunque giochi. Sono riusciti a stabilire che lui provoca i tifosi avversari, contrari a lui per questo, non certo per la pelle scura.

 

Uno sguardo agli spalti

Già nel 2009 dopo il trattamento indecente subito da Balotelli a Cagliari e poi a Torino – allora giocava nell’Inter –la Federcalcio pensò che fosse giusto sospendere le partite. Restava però il dubbio su chi dovesse decidere: “Per l’arbitro non è facile”, aveva espressamente detto Marcello Nicchi, presidente dell’Associazione italiana arbitri (AIA). Sperava che la sospensione della partita la decretasse il prefetto o chiunque, non certo un arbitro.

Sugli spalti gli idioti si manifestano a qualsiasi latitudine. Non pochi sostengono che il rilievo mediatico alle loro manifestazioni acuisce il loro protagonismo, li rende felici. Probabilmente hanno ragione perché la fanno sempre franca.

La scusa ufficiale è che non è possibile che per un pugno di imbecilli (tutti schedabili, se non già schedati) vengano punite migliaia di tifosi. Oltre ai danni d’immagine dei vari club ne deriverebbero danni economici rilevanti.

Meglio fingere di nulla. Anche gli ultras andrebbero sanzionati, non solo per gli atti di razzismo, ma non ci si muove contro di loro, per non creare problemi di ordine pubblico.

Di recente il peggio lo hanno offerto i tifosi del Varese contro il loro attaccante, il nigeriano Giulio Ebagua, “buueggiato” mentre batteva un rigore, per farglielo sbagliare.

Senza andare troppo a ritroso nel tempo, il primo episodio italiano di rilievo coincide con gli sfottò rivolti a Marc Zoro, giocatore ivoriano durante Inter-Messina. Era il 2005. Non sopportando più i continui insulti dei tifosi nerazzurri Zoro prese il pallone in mano e minacciò di abbandonare il campo. Solo le esortazioni dei giocatori dell’Inter lo convinsero a rimanere.

Di quell’episodio, a suo modo cruciale, l’arbitro nemmeno accennò nel suo referto.

Nel 2006 fece scalpore il trattamento riservato a Samuel Eto’o – allora giocava nel Barcellona – durante la partita con il Real Saragozza. Sugli spalti di Saragozza ci fu chi propose il verso della scimmia, cui seguì un lancio di noccioline ogni volta che Eto’o toccava la palla. Umiliato e offeso, il calciatore camerunse fece il possibile per lasciare il campo ma fu fermato. Non gli bastò segnalare che un suo avversario, Alvaro, difensore del Saragozza, era pure lui di colore. Gli sberleffi ai suoi danni continuarono per tutta la partita.

Quattro anni dopo, quando giocava nell’Inter, sempre Samuel Eto’o fu vittima degli idioti di casa nostra a Cagliari. Ululati razzisti ogni volta che il camerunense toccava il pallone. L’arbitro Tagliavento fermò per tre minuti la partita dopo aver fatto comunicare dallo speaker dello stadio che ulteriori schiamazzi e insulti l’avrebbero indotto a interrompere definitivamente l’incontro. Curioso, proprio Eto’o segnò il gol della vittoria dell’Inter e per festeggiare improvvisò le movenze della scimmia.

 

Dichiarazioni sconcertanti

In apparenza la Federazione mondiale (Fifa) e quella europea (Uefa) si battono contro il razzismo, ma non mancano le dichiarazioni sconfortanti. Il presidente Fifa Joseph Blatter in una recente intervista alla Cnn ha detto che il razzismo “non è presente nel mondo del calcio”, si manifesta “in qualche isolato episodio risolvibile con una semplice stretta di mano”.

Per fortuna Michel Platini, presidente Uefa, la pensa diversamente.

Contro il razzismo sono in atto da anni campagne di sensibilizzazione di Fifa e Uefa – Say no to racism è solo la più celebre – che sono campagne di buone intenzioni, e si fermano lì.

 

Tra il dire e il FARE

Football Against Racism in Europe, cioè FARE, vale a dire il Calcio contro il Razzismo in Europa. Si batte contro ogni forma di discriminazione nel calcio: allo stadio, sul campo, negli spogliatoi, negli uffici e nelle classi; e poco importa chi – vuoi tifoso, calciatore, manager, allenatore, amministratore o educatori – se ne renda protagonista.

Non ci crederete, ma il FARE risale al febbraio 1999, su impulso di gruppi diversi di tifosi di varie località europee, propensi a dire basta a razzismo e xenofobia. Oggi il FARE lavora in una quarantina di Paesi. Ma i comportamenti razzisti, l’esclusione delle minoranze etniche e degli immigrati, e la discriminazione permangono, dentro e fuori il terreno da gioco.

Nel 2006 ci si è messo anche il Parlamento Europeo con una dichiarazione scritta contro il razzismo nel calcio firmata da 423 suoi membri. Mai una presa di posizione ha visto un così elevato numero di adesioni. Il Parlamento Europeo ha esortato nell’occasione le associazioni di calcio nazionali, le leghe, i club, le unioni di calciatori e i gruppi di tifosi ad applicare il piano d’azione in 10 punti creato dall’UEFA. Tra questi l’interruzione delle partite e persino le sanzioni sportive, sino ad arrivare alla radiazione dalle coppe dei club che non sanno tenere a freno i loro tifosi.

Si attendono i primi provvedimenti concreti.

 

Agli Europei belle parole

In occasione di Euro 2012 è andato in scena anche la campagna Respect Diversity in cui i capitani delle squadre hanno letto messaggi contro il razzismo. Il tedesco Lahm e il nostro Buffon lo hanno fatto prima della semifinale Germania-Italia. Il programma prevedeva attento monitoraggio durante le partite, messaggi antidiscriminazione in tutte le gare, un protocollo per la segnalazione degli incidenti e l’impegno ad assumere sanzioni disciplinari: in particolare contro i cori razzisti, gli striscioni di estrema destra e altre manifestazioni d’intolleranza.

Ricorderete tutti lo spot televisivo di 30”mandato in onda durante l’intervallo di ogni partita, con lo scambio delle maglie in cui si sono esibiti, in qualità di ambasciatori della campagna, Clarence Seedorf, Peter Schmeichel, Pierluigi Collina, Karim Benzema, Steffi Jones e Ottmar Hitzfeld. Andava in scena anche sugli schermi degli stadi.

Peccato che proprio in Ucraina, dove parte degli Europei ha avuto luogo, i sentimenti razzisti siano stati oggetti di una serie di denunce all’Uefa, peraltro mai convinta di togliere a quel Paese l’organizzazione dell’evento.

 

Tolleranza zero

Il presidente della UEFA Michel Platini ha ribadito “tolleranza zero” nei confronti del razzismo, ha ricordato che gli arbitri hanno l’autorità di sospendere le partite. Prima per 5 minuti e poi – se non smettono – definitivamente. Purtroppo non lo fanno o lo fanno di rado.

La tolleranza degli idioti è al minimo, almeno dalle nostre parti. I provvedimenti contro gli idioti arrivano dal giudice sportivo:  qualche migliaio di euro di multa oltretutto pagati dalla società per la celebre responsabilità oggettiva.

Un ultimo appunto: sino al 1999, tra i compiti del CONI c’era soprattutto il “perfezionamento fisico e morale della razza”. Lo fa notare Mauro Valeri, sociologo, dal 1992 al 1996 direttore dell’Osservatorio nazionale sulla xenofobia e dal 2005  responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio. Non per caso Valeri ha scritto un bel libro – “Che razza di tifo”- Dieci anni di razzismo nel calcio italiano, edito nel 2010 da Donzelli. Da leggere.

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