Categorie, se vi va

Un tempo in Italia, diciamo sino al primo dopoguerra, c’erano “sport popolari”, di massa, molto seguiti, e “sport elitari”, riservati a pochi, generalmente esteti. Ciclismo, calcio, pugilato e motori in bell’ordine negli anni Cinquanta facevano parte della prima categoria; tennis e golf della seconda. Il polo entrava di diritto negli “sport eccentrici” o “esotici”, il cricket valeva il badminton, sconosciuto in Italia a chi non lo chiamava volano e sorrideva all’idea del piumino.

Una volta esistevano gli “sport dopolavoristici”, identificati nella pallavolo e nelle bocce, gestiti dai Cral aziendali, a beneficio dei dipendenti. Oggi si parlerebbe di benefit per i lavoratori. E ancora, gli “sport oratoriali”: all’aperto il calcio e in spazi confinati il ping pong che molti hanno scoperto anni dopo chiamarsi tennis tavolo.

Un tempo c’erano gli “sport scolastici”, nelle poche palestre si giocava a pallavolo e a palla rilanciata, in presenza di attrezzi oggi demodé come il “pallone medicinale”. A partire dagli anni Settanta per sport scolastici si intendevano tutte le discipline previste dai Giochi della Gioventù, oggi un caro ricordo. C’erano anche gli “sport universitari”, in virtù dei Cus, un tempo Guf, tra i quali spopolavano atletica e rugby.

Dal 1896, con aggiustamenti progressivi, si è parlato, a giusto titolo, di “sport olimpici”, dapprima riservati agli amatori, con questo termine intendendo i soli dilettanti. Sino agli anni Ottanta del Novecento lo sport olimpico bandiva il professionismo, ne aveva orrore.

Altro dato, gli sport per aree geografiche di riferimento. Da un lato lo “sport britannico” (massimamente rugby, calcio, atletica, tennis) dall’altro lo “sport nordamericano” (basket, football, baseball e, d’inverno, hockey ghiaccio). Terzo incomodo, con il pianeta che si apriva a tutti i continenti, non lo “sport del lontano Oriente” ma le arti marziali, di cui judo e karate erano la massima espressione.

Un tempo andavano molto gli “sport radiofonici”, in assenza di immagini contava il racconto. Se ne avvantaggiò il ciclismo permeato di epos. Con l’avvento della televisione, fine anni Cinquanta, hanno avuto enorme impulso il pugilato, il calcio e più in generale tutti gli “sport da palazzetto”, basket prima ancora del volley. Tutti “sport televisivi”.

C’erano, e ancora ci sono, gli “sport militari”, di cui è stata a lungo massima espressione la scherma, fatta eccezione per i duelli all’arma bianca, vietati anche dal codice penale. Gli “sport militari” si sono chiamati anche “sport di Stato” legati ai Corpi delle forse dell’ordine, Fiamme e affini.

Aldilà dell’olimpismo, categorie assolute, intramontabili, sono gli “sport dilettantistici”, così definiti perché interpretati da soggetti che per diletto si cimentano, avendo un altro mestiere che dà loro il pane. Ben distinti quindi dagli sport professionistici, frequentati per lo più da gente che bada al sodo (e vil denaro). Ne è derivata l’odiosa distinzione tra “sport ricchi” e “sport poveri”. I primi sorretti dagli sponsor, i secondi costretti ad arrangiarsi. I primi basati su costosi apparati (e relativo sottobosco di maneggioni, approfittatori e ladri), i secondi basati sul volontariato diffuso.

Ultima distinzione, anch’essa odiosa, gli “sport minori”, categoria vasta che assomma tutto tranne calcio, motori, ciclismo, tennis e sci (quest’ultimo “sport in difficoltà dopo i fasti”): un mare magnum e indistinto.

Per noi “sport minori” sono quelli che non hanno ancora raggiunto la maggiore età, non hanno compiuto 18 anni di vita. Non ne conosciamo.

Sono tutti maggiori gli sport di cui abbiamo certezza.

Non è una categoria, ma un dato di fatto, la presenza di “sport agonizzanti”, il pugilato è un esempio, ben distante dalla categoria “sport estinti” (la pallacorda o il pancrazio, cooptati da altre discipline).

Alcuni sport hanno solo cambiato nome: la palla a pugno, largamente praticata negli sferisteri di tutta Italia sino a metà dell’Ottocento, oggi si chiama pallone elastico e si confina in certe zone del nord. Appartiene agli “sport di passione”, in realtà “giochi con la palla”. Ma questo è un altro discorso.

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