Non ha mai senso morire di sport

Teresa, 46 anni, spagnola, è deceduta il 29 settembre correndo la “Cavalls del vent“, un ultratrail di 84 km con circa 6000 m di dislivello positivo. Era un’atleta di esperienza, conosceva bene la gara, l’aveva già frequentata in passato, soprattutto aveva portato a termine prove ben più impegnative, l’UTMB e quest’anno Le Grand Raid des Pyrénées. Teresa aveva raggiunto un rifugio prima di sentirsi male e di essere trasportata in ospedale dove è deceduta per arresto cardiaco a seguito di ipotermia grave.

Sulla tragedia ci siamo confrontati con Franz Rossi, esperto di corsa ed editore di X.RUN, un bimestrale che si occupa di running e così esordisce:  “Non sappiamo la dinamica precisa dei fatti e nemmeno le condizioni di gara in quel momento. Il meteo per il fine settimana prometteva pioggia e freddo. Gli organizzatori avevano ricordato le dotazioni obbligatorie – se non le hai ti squalificano – e consigliato ai runners di coprirsi meglio. C’erano procedure di emergenza, numeri da chiamare e tutto sembra aver funzionato. Teresa ha raggiunto il rifugio poi è stata accompagnata in ospedale. Non sappiamo però com’era vestita mentre correva, se qualcosa l’ha obbligata a stare ferma nel freddo (una storta, ad esempio). Certamente quest’anno la gara era più dura, basti pensare che solo 223 concorrenti su 896 sono arrivati al traguardo. Quando si ritira il 75% dei partecipanti i dubbi si affollano”.

Una soluzione sarebbe stata interromperla.

Forse non avrebbero dovuto farla partire, visto il meteo avrebbero potuto non rischiare. O magari, a gara iniziata e con il peggiorare del tempo, avrebbero dovuto fermarla mettendo in sicurezza i partecipanti. Nulla giustifica un morto, soprattutto quando non è un incidente casuale, una pietra che cade in testa o la scivolata in un burrone. L’ipotermia è uno stato prevedibile. In Italia si bada molto di più alla sicurezza, non poche gare sono state interrotte o modificate nel tracciato quando le circostanze lo suggerivano, sui percorsi sono evidenziati i punti più pericolosi”.

Secondo te perché Teresa non si è fermata da sola?

In una gara in montagna spesso l’unico stop in sicurezza è raggiungere il ristoro successivo o tornare a quello precedente. Mi chiedo come mai non abbia chiesto aiuto agli altri concorrenti, perché non si sia fermata prima di giungere a quel livello di ipotermia”.

Si parla molto di campioni troppo poco vestiti.

“Capita che chi è forte corra sempre senza il materiale obbligatorio. Una minor attenzione al risultato e una maggior attenzione alla sicurezza sarebbe più etico. Va anche detto che i campioni hanno spesso uno staff al seguito che li assiste e, ovviamente, sono impegnati per meno tempo rispetto a chi chiude nelle retrovie. I campioni sono iper controllati dal pubblico e dagli organizzatori.

Una possibile soluzione?

Dovremmo noi atleti cautelarci di più, portare nello zaino anche capi di pronto impiego se il tempo peggiora bruscamente o se siamo obbligati a fermarci per un microincidente. Pensate solo ad una storta di notte. Non puoi camminare e devi aspettare che arrivi qualcun’altro a soccorrerti, potresti dover stare fermo per delle ore nel freddo. Altro che giacchettina antivento, avresti bisogno di un pile pesante, della coperta di emergenza e di cibo”.

Quindi i corridori dovrebbero essere più responsabili. In prima persona.

Ho sentito troppe volte sottostimare un percorso, un amico si stupiva che ci avessimo messo quasi 5 ore, ma il suo personale sulla mezza maratona inferiore all’ora e trenta non contava, è un altro sport. Avvicinandosi alla montagna bisogna essere umili e chiedere a chi sa. E poi sperimentare poco per volta le reazioni dell’organismo a fattori esterni ed estremi quali la quota, il freddo, la tensione di camminare su un sentiero esposto”.

Ma Teresa era un’atleta di esperienza.

Cominciamo col dire che non basta una decina di gare per considerarsi collaudati. In ogni gara, anzi in ogni uscita che faccio, ho sempre il giusto timore verso quello che vado a fare. Teresa era un’esperta, ma a volte è proprio l’abitudine al rischio che te lo fa trascurare: pensiamo all’automobile. Tutti noi sappiamo che guidare in autostrada a 150 km/h è pericoloso, se scoppia un pneumatico o se un’altra auto sbanda non c’è il tempo di reagire. In montagna partiamo senza giacca perché tanto non è mai capitato che piova troppo, perché non abbiamo mai preso una storta, perché casomai chiederemo a qualcuno che transita. E se quel giorno nevica, se ti rompi una caviglia? Se sei l’ultimo e non passa più nessuno per quel giorno sul sentiero?”.

Discorso chiaro, condivisibile. Ma in montagna non si va troppo oltre  il limite? Ha senso fare una gara di 160km o addirittura del doppio?

Da sempre le montagne sono un laboratorio ideale per conoscere meglio se stessi. Raggiungere la vetta o scavalcare un colle sono modi per esplorare i propri limiti. Questo è il senso dei trail lunghi o lunghissimi. Ci si mette alla prova in un ambiente imprevedibile: marciare a pendenza variabile per sei giorni e sei notti su un tapis roulant è una prova estrema, ma farlo in montagna stimola molto di più. Ogni colle è un premio alla fatica che hai fatto per salirlo, la natura si manifesta in tutta la sua selvaggia bellezza, e questo impone dei limiti a quello che possiamo fare. Conoscere quei limiti è l’aspetto più bello dell’andar per monti”.

Alessandro Avalli

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