Il ciclismo sul Muro ritrova cuore ed epos

Dopo tanto tempo e dopo tanto girarci intorno, dopo averlo evitato e ignorato sin quasi a dimenticarlo, il ciclismo ritrova il suo cuore antico e la sua epica: il Muro di Sormano. Se la Madonna del Ghisallo – e annessa salita, dalla parte di Bellagio – è il santuario dei ciclisti rispettosi, credenti, il Muro è la faccia pagana della fatica, ostacolo quasi insormontabile che i corridori hanno affrontato per tre volte negli anni Sessanta, quasi sempre smoccolando. I più, mettendo piede a terra.

Il 29 settembre 2012, cinquant’anni dopo l’ultima esperienza, il Muro è rinato al ciclismo. Una lingua di asfalto lunga meno di due chilometri, con pendenze medie del 17% ma con schiaffi al 25% che fanno male a chiunque, ha vissuto nuovi splendori.

I battiti che scandiscono le pendenze del Muro sono incisi sull’asfalto, da quota 800 sino a 1100 metri, mentre il cuore va in gola più e più volte, man mano che la strada sale. Ed è per questo che su queste strade rimangono incise, oltre alle pendenze, anche due frasi intense di Bartali e una terza con cui Baldini implora clemenza.

Si dice che il muro di Sormano sia stata un’intuizione di Torriani che nel 1960 cercava un ostacolo ulteriore per inasprire la corsa, altrimenti destinata a essere consumata in poche battute. Voci fuori dal coro dicono invece di un’ipotesi di speculazione edilizia ai danni dei terreni allora adibiti a pascoli.

Comunque sia, l’ascesa si ripeté solo per tre edizioni, tutte da ricordare. Per farlo basta il dettaglio dei 10 migliori tempi delle tre scalate: nel 1960 Massignan impiegò 10’09″ davanti a Daems, Pizzoglio e via via gli altri; nel ’61 il primo fu Pambianco, in 11.20″. Nel 1962 Baldini con 9’24″ salì per primo ma non poté festeggiare causa la famigerata questione delle spinte. Troppi aiuti ai corridori per superare quelle pendenze impossibili, meglio farla finita. E così fecero. Senza alcun rimpianto dei corridori.

Sabato scorso i primi, Bardet, Morabito e Losada, sono saliti spingendo un 36/28, a partire da quella curva a gomito verso destra che inaugura la fatica. Ha quasi un metro di dislivello al suo interno; all’esterno, dove è meno impossibile salire, solo qualcosa meno. Poi sono arrivati gli altri: Nibali e Contador, Uran e Rodriguez, con la consapevolezza che solo la sofferenza avrebbe consentito loro di superare l’ostacolo.

Rodriguez, diversamente da altri pretendenti alla vittoria finale, riuscirà a sopravvivere alla discesa dalla colma di Sormano e, facendo il vuoto nei pressi della salita di Villa Vergano, andrà a vincere sotto il diluvio di Lecco. Al traguardo, lo spagnolo lancerà la borraccia in aria, entusiasta di avere avuto più di tutti coraggio, forza e fortuna. In una parola: cuore.

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