Gli “arbitri portinai” promossi a pieni voti

Il grande capo degli arbitri, Marcello Nicchi, presidente dell’Aia, si sbilancia a “Radio anch’io lo sport” in un giudizio lusinghiero per i suoi amministrati, quelli che noi chiamiamo i “portinai” (i portieri degli stabili non si offendano, ci sono molto simpatici). Gli arbitri in guardiola sono a suo avviso tutti adeguati e “sono partiti con il piede giusto”. E aggiunge: “Anche nel nostro mondo scende un campo un team, non il singolo arbitro. Le applicazioni del regolamento sono sempre più uniformi e precise”.

Poi ha una leggera caduta di stile: “Gli errori ci sono, ma sempre meno evidenti”.

Per carità, non citeremo mai Turone, e nemmeno Muntari, perché sono storie ormai così poco evidenti….

L’unico problema, non indifferente, è il costo del provvedimento: “L’arbitraggio così costa di più e si può fare solo nel calcio professionistico. Esistono federazioni che non hanno le capacità tecniche per portare avanti questo progetto: noi non siamo fenomeni, ma siamo riusciti a farlo perché c’è un lavoro tecnico di prestigio alle spalle: con 35mila arbitri ci siamo riusciti, la Germania che ne ha 80mila non lo ha fatto».

Per il resto Nicchi è convinto che i suoi amministrati lascino giocare di più, che sanzionino soltanto il gioco duro, la scorrettezza pesante: “Abbiamo detto niente gioco violento, e comportamenti lineari in panchina: chi sbaglia va fuori. Siamo anche contrari al provvedimento triplo rosso espulsione e squalifica la giornata successiva. È l’ora di fare un passo indietro, l’arbitro applica la vecchia regola, sarebbe meglio finire la gara 11 contro 11. L’arbitro deve dirigere più con la personalità che con il fischio».

Nicchi si è dimenticato il “buon senso”, a meno che questo non rientri nella personalità.

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