Frammenti di “Lombardia”, per chi non c’era

Nulla che si riferisca a ieri, all’edizione nell’acquivento, al successo di Purito Rodriguez. Pillole, se vi va, legate alla corsa.

Giuseppe Ambrosini è il “grande vecchio”  del giornalismo sportivo. Tecnico intransigente, autore di quella che per tantissimi anni è stata la “bibbia dei ciclisti” (Prendi la bicicletta e vai), reputava il Giro di Lombardia la più bella corsa in linea del mondo.

La definizione di “classicissima delle foglie morte” non le rende merito, anche se gli atleti che vi prendono parte, allo stremo dopo una stagione tiratissima, sono vissuti come foglie ormai cadenti.

Il Lombardia si corre dal 1905 e quindi ha compiuto la bellezza di 107 anni. Il teatro del più tradizionale  epilogo era Milano, il mitico Vigorelli. Poi ha scelto traguardi diversi: Como, Bergamo e ora Lecco.

La prima edizione fu vinta, in maniera rocambolesca, dal “diavolo rosso”, al secolo Giovanni Gerbi. Perché “diavolo rosso”? Perché una volta, in occasione di una processione, indossando una maglietta color rosso fuoco fece irruzione in bici nel corteo seminando il panico. Il parroco disse: “ma cosa sta facendo quel diavolo?”.

Il primo corridore straniero a vincere il Giro di Lombardia fu il francese Gustave Garrigou nel 1907. Quattro anni più tardi trionferà al Tour.

La palma del plurivittorioso, intoccabile e intaccabile, spetta a Fausto Coppi che siglò uno storico poker nell’immediato dopoguerra (1946-1949), portando a cinque le sue vittorie nel 1954. Poteva tranquillamente realizzare il sesto bersaglio se Fiorenzo Magni, per orgoglio, provocato dalla dama bianca, non avesse dato fuoco alle polveri nell’edizione del 1956, annullando la fuga di Coppi e Ronchini e favorendo nel finale la stilettata vincente di Dedè  Darrigade. La foto di Fausto che versa lacrime amare, in maglia Carpano Coppi, è entrata nell’immaginario collettivo.

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