La Volpe aveva molto appetito

In principio fu il duello: due uomini, uno contro l’altro per una sfida al primo o all’ultimo sangue, secondo l’offesa. Poi arrivò Sergio Leone e inventò il “triello”, mitico regolamento di conti tra “il buono, il brutto e il cattivo” per 100.000 dollari nascosti dentro a una tomba. Il ciclismo ha proposto l’uno contro tutti: uomini troppo più forti degli altri, addirittura pagati per non correre – Alfredo Binda – oppure con soprannomi eloquenti: Coppi il CampionissimoMerkx il Cannibale.  Fino a Marianne Vos, l’onnivora del ciclismo contemporaneo. Con una piccola differenza: le donne, nello sport come nella vita, quando sono battute diventano belve ferite.

A Valkenburg tutte le altre sono andate nella tana della volpe – Vos quello significa –  nel tentativo di farla piangere ancora, dopo i cinque secondi posti consecutivi negli ultimi cinque anni, di cui quattro alle spalle di un’azzurra.

Pronti via, 8 giri per 16km e le azzurre sono davanti, perché la Bronzini è campione del mondo. Per una cinquantina di km solo schermaglie, con una caduta che vede 2/3 del plotone andar giù come le pedine del domino e rialzarsi quasi senza drammi come soldatini di gomma (qualcuna però finirà lì la corsa). Davanti ci si controlla a vicenda: si vede il rosso e il blu delle americane e delle inglesi, si vede l’azzurro della più giovane della compagnia, la diciottenne Rossella Ratto. La Vos non si vede ma c’è. Alla sua ruota c’è la Longo Borghini.

Finalmente dopo il quinto passaggio sul Bemelerberg – la prima salita al 5% – si comincia a fare sul serio: l’americana Amber Leben fa per andarsene, la nostra Ratto le va subito dietro e così si forma in gruppetto con queste due,  la tedesca Becker,  l’australiana Neylan e l’olandese Van der Breggen, che qui fa la spalla ma è campionessa europea under 23.

Il gruppo lascia fare fino al penultimo Cauberg,  la seconda salita, quella vera: è lì che la Vos dà una prima frustata e lascia la compagnia per portarsi sul gruppetto di testa dove la Van der Breggen l’aspetta come un rapinatore in macchina aspetta i complici che escano dalla banca coi soldi, e comincia a tirare coma una dannata.  Per questo e anche per un po’ di traffico la Longo Borghini deve spaccarsi in due per riportarsi a sua volta sulle prime.

Bastano pochi km per capire che il gruppo è già a fine corsa, ormai destinata a una delle sette di testa:  c’è una tedesca e un’australiana, c’è  l’americana Leben che ha acceso la miccia, c’è la Vos e la Van der Breggen e la nostra Rossella Ratto.

Soprattutto c’è la Longo Borghini che è l’unica ad aver  reagito alla frustata della Vos, con quella maglia azzurra che l’olandese ha visto troppe volte davanti a sé al mondiale. L’ombra azzurra della nostra atleta è uno spettro per l’olandese che per scacciarla si mette a tirare come una belva rischiando il corto circuito mentale. Perché il vero avversario della Vos non sono le gambe delle avversarie ma le sue scelte, la sua testa.

All’ultimo decisivo Cauberg  l’atto finale: la Becker decide di affrontare il suo stesso destino e prova a partire. Marianne Vos l’onnivora sente l’odore del sangue e le va dietro per poi volare via verso sinistra e verso l’alto come una farfalla,  libera e felice dalle avversarie e dalle sue stesse paure. Dietro la Longo Borghini non può che guardare le due davanti, col cuore a mille per lo sforzo ma anche per la gioia di un terzo posto che a vent’anni è un’ ipoteca su un futuro da protagonista.

L’onnivora Vos corre gli ultimi metri a bocca aperta per mangiarsi anche l’aria e arriva in fondo in perfetta solitudine. Quando giunge la Becker, a 10 secondi, lei ha già ripiegato la bandiera olandese con cui ha tagliato il traguardo. Quando arriva la Longo Borghini, dopo 18 secondi, la stanno già scortando via come Mick Jagger dopo Torino nell’’82. Quando arriva la nostra piccola grande Rossella Ratto, sesta, è già pronta per la premiazione.

E quando arriva Noemi Cantele e le riferiscono chi ha vinto e come. La nostra ci pensa un pochino e poi, sorridendo sportivamente ammette: “chapeau”.

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