L’INTRUSO

Il grido d'aiuto del SOS(tantivo)

Ogni tanto, sempre più raramente, mi capita di inciampare – su quest’autostrada di corsie da cronaca grigia – in un ramo verde caduto lì per caso. Cado, e mi ricordo una cosa importante: che l’intruso non è la natura.

So che avevo promesso di parlare di aggettivi, ma ci sono SOStantivi che urlano di essere letti, come grida di aiuto in una frase con troppe virgole.

Punto e accapo.

La scorsa settimana ho appreso di un’iniziativa interessante, un appuntamento annuale chiamato ‘Il cavallo, la brughiera’, dedicata al mondo equestre. Casorate Sempione (parliamo del Varesotto, nove, dieci…toppa) si veste di attività e manifestazioni, idee esposte alla luce del sole, senza giocare a nascondino. Il cavallo è protagonista, non come accessorio da vetrina, gara di bellezza da più bello del reame, quattro zampe e una criniera lanciate all’impazzata verso un toto scommesse, ma soggetto di un periodo breve, reso ridondante dalla prolissità dell’uomo.

Incuriosita, sabato ho messo piede (e testa) in una scuderia – di quelle vere, con fieno che sa di fieno, covoni senza cassaforte, letame che nutre la terra nel suo circolo virtuoso di odori e fortune pestate, bambini cresciuti con il bastone e la carota – La Capinera, nel mezzo di quel punto verde chiamato Parco del Ticino. Lì, in una piccola sala sopra le stalle, un professore di sociologia, un giornalista naturalista e uno storico del territorio, hanno parlato del tema dell’Intruso.

Ma chi è l’intruso? A me ricordava il titolo di un film…

In realtà, è una realtà, tanto diffusa quanto mascherata. Un’entità concreta, elemento di disturbo, artificio in un ambiente autoctono, ostruzione che non costruisce, se non bolle di sapone soffiate da una società sì-profit.

Intruso come cavaliere errante, recidivo di mete e privo di metà.

Lo vediamo lì, tronfio sul suo puledro grigio, strigliato con il lucido per scarpe. Galoppa ad ali spiegate da comunicati stampa, tra briglie d’alluminio e una colata di cemento a (Raf)forzare l’armatura. Il battito animale. I paraocchi girano su loro stessi senza lenti a contatto, in un grandangolo di pelle inquadrato dalla geometria piana. Lo zoccolo duro batte la sua versione ufficiale, sopra una pista di atterraggio che dalla terra ha rubato solo qualche lettera.

L’intruso non ha dimensione, può essere pidocchio nascosto nel pelo, in una criniera incrinata di interessi, parassita ermafrodita che crea, distrugge e si diffonde; o può essere Stallone da monta, un Rambo affamato di riflettori, che senza riflettere ingravida e manda al macello. Sì perché l’intruso non ha forma, può essere un Pentagono stretto tra le sue idee USAte, un quadrifoglio calpestato nella corsa al potere, un triangolo di poca fede che lascia in bermuda la classe media, Scientologyca.mente destinata a scomparire. O può essere un aeroporto che del mare non ha sentito il profumo, attraccato al porto di Varese affinché Milano spendesse meno tasse. Tosse, polveri sottili, e l’indelebile consapevolezza che una parola, scomposta, dà sempre una definizione chiara. MAL PENSA.

Vi parlo dunque di un SOS, lanciato quando un animale non è curato, accudito, allenato per il piacere, equo, dell’equitazione, ma dopato di interessi – vi parlo di un allarme, attenuato da silenziatori moderni, che dovrebbe suonare, all’unisono, quando l’uomo, con le sue manie di grandezza fatte passare per evoluzione, va a rovinare l’ambiente da cui proviene.

”L’uomo è l’unica creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il re di tutti gli animali.”

GEORGE ORWELL – La fattoria degli animali.

Un tema, questo, delicato, che voglio affrontare in modo sportivo. Spero ancora nella partita ad armi pari. Palla al centro, la squadra si raccoglie nella sua metà, concentrata sull’interazione. E allora l’uomo, che può imparare dai suoi falli, senza per forza agire solo con quelli, può anche decidere di collaborare, cooperare, smettere di quotare in borsa il cambiamento e accettare il naturale mutare delle cose.

Come il punto di vista, anche il corso degli eventi, senza correre, può camminare a quattro zampe.

Ce lo dimostrano due giovani artisti, Kia Ruffato, pittrice, e Fabio Montagnoli, grafico, che fanno dialogare due mondi diversi trovando una lingua comune: il gesto. L’intruso, con loro, diventa rilettura, intreccio di mani che si parlano toccandosi. Nasce, rinasce, qualcosa che forse stiamo dimenticando, l’ascolto e la libertà di espressione.

I temi accarezzano l’analisi naturalistica, indicano la sociologia di un territorio, sfiorano la satira politica. Niente è legge se tutto elegge. Sono opinioni, le loro, far riflettere più che far parlare. E allora è carta la superficie, semplicità; una polaroid la dimensione, perché l’istante va catturato per liberare il momento. Momento storico, il nostro, in cui voltare lo sguardo non serve, in cui l’arte, in quanto portatrice di pensiero positivo (come lo sport), deve fare la sua parte, impegnarsi in strada più che chiudersi in élite da galleria.

I loro lavori saranno esposti in quella stessa scuderia, nella sala sopra le stalle, a contatto con la natura, fino al 23 settembre. Io vi consiglio di andarci – a cavallo se possibile – perché il mondo non è solo un grande fratello di porci diventati sovrani.

Kia Ruffato su Flickr

Tumblr di Fabio Montagnoli

 

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