Un mancino che impressiona

Lorenzo Avagnina - ©fibs.it

Lorenzo Avagnina è stato designato quale MVP, miglior giocatore degli Europei che si sono conclusi domenica scorsa in Olanda con il successo degli azzurri. I nostri si sono imposti proprio ai padroni di casa, campioni del mondo in carica e ben decisi a festeggiare con un grande successo i 100 anni della loro Federazione. Anche Avagnina ci ha smesso del suo per sgambettare due volte gli “orange”, colpiti sabato nell’ultima partita della poule finale e affondati nella finalissima di domenica pomeriggio. Il titolo europeo conferma quello precedente, colto nel 2010. Solo che allora Avagnina non era al meglio, aveva problemi al gomito. Marco Mazzieri, il tecnico azzurro, lo volle ugualmente in squadra e lui diede quanto era nelle sue possibilità.

Avagnina ritorna sul doppio episodio europeo come piace a lui, i giudizi asciutto fanno parte del suo carattere. In proposito dice soltanto: “E’ stata una bella soddisfazione”. Poi, forzato a farlo, rivela che ci contava da un bel po’: “Ho sempre creduto di vincere qualcosa d’importante, fin da quando ero bambino“.

Il 4 su 5 della finale europea (quattro valide in cinque turni, con un doppio e 2 punti battuti a casa, tra cui il momentaneo 1-1) è qualcosa che resterà ben impresso, ma Avagnina non si gloria, parla solo di “impegno e perseveranza. Questa è la convinzione principale, ferrea, di Marco Mazzieri, il nostro tecnico, l’abbiamo imparata da lui”.

Vediamo di conoscerlo meglio a partire dall’infanzia a Fossano, nel Cuneese, dove il baseball è di casa, secondo sport dopo il calcio. Ad avviarlo al batti e corri ci pensò il fratello quando Lorenzo aveva sei anni. Assistette allora alla prima partita, ne aveva otto quando cominciò a giocare. A 14 anni, sempre a Fossano, la competenza gli aveva messo già gli occhi addosso. In occasione di un torneo giovanile fu avvicinato da Mauro Mazzotti che lo voleva nella Mediolanum per farne un lanciatore. Identiche lusinghe vennero da Gianmario Costa che voleva toglierlo dalla sua terra da adolescente. Non era tempo e soprattutto gli interessi di Avagnina erano tutti indirizzati all’architettura.

Poi vennero Torino e ad Avigliana, le due squadre dove si è valorizzato, dove ha provato la sensazione di essere sulla strada giusta. Un mancino capace di interpretare il lancio e la battuta come ce ne sono pochi.

Passione è la parola chiave della sua vita, ma è un termine che non prende in considerazione il solo baseball. Avagnina ama tutte le discipline. Senza timori, si definisce lui stesso uno sportivo ad ampio spettro.

Come primo maestro Avagnina riconosce Kiki Maldonado che lo ha avvicinato ai tempi della prima Coppa Campioni, quando giocava a Grosseto. Ma il primo vero insegnante delle tecniche di lancio è stato Orlando Haches. La carriera di straordinario battitore è venuta in seguito. Forse di conseguenza.

Quanto ai giocatori cui è più affezionato, non ci sono dubbi: “Tutti quello che sono entrati nella storia del baseball italiano. Mi riferisco a Carelli, Ceccaroli, Romano o Bagialemani”.

Avagnina è del 1980, è azzurro dal 2006. Farà ancora parlare di sé. A lungo.

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