Wellness vs. Sport

La ricreazione non è mai agonismo

C’è un fatto che contraddistingue la situazione dello sport oggi in Italia ed è l’inadeguatezza degli sforzi finora attuati per la promozione dell’educazione fisica e sportiva che è fondamento di elevazione materiale ed etica dei cittadini in ogni società civile […]. Allo stato attuale funzionano circa 5.700 palestre scolastiche, mentre il numero delle scuole secondarie statali supera le 12.000 unità […]. A queste insufficienze dell’educazione sportiva fa acceso contrasto l’ampiezza di mezzi di cui dispone lo sport professionistico. Alla ricchezza finanziaria di queste organizzazioni si accompagnano inoltre formidabili strumenti di suggestione, volti a favorire i fenomeni non sempre apprezzabili del tifo, più che la pratica e l’educazione sportiva. Il risultato è la diffusa tendenza dei cittadini a confinare lo sport in una prospettiva retorica e sempre più lontana […].

Così recita il passaggio più significativo della relazione introduttiva a una proposta di legge sulla promozione dello sport illustrata il 12 aprile 1973 a Montecitorio dal deputato democristiano Concetto Lo Bello, arbitro di calcio di fama mondiale negli anni ’50 e ‘60. Si tratta di una delle numerose iniziative, proposte da tutti gli schieramenti politici a partire dalla metà degli anni Sessanta, per sensibilizzare il Governo nei confronti del delicatissimo tema dello sport di base, trascurato sia a livello nazionale sia in ambito locale, salvo rare eccezioni. Tra queste va inserito il caso di Milano, un vero e proprio paradigma virtuoso a cui hanno via via tentato di ispirarsi, con alterni successi, altre municipalità. Fiore all’occhiello delle politiche pubbliche avviate allora dalle Giunte Cassinis, Bucalossi e Aniasi fu senza alcun dubbio l’istituzione, nel 1964, del Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione, preposto alla gestione della già fitta rete di impianti municipali e soprattutto all’organizzazione dei primi corsi di avviamento sportivo. Già all’epoca veniva offerto un ampio ventaglio di scelte tra numerose discipline sul modello dell’attuale Milanosport.

Forte di questa esperienza e anche della sua oggettiva rilevanza politico-amministrativa, il Comune di Milano si trovò a rappresentare per i deputati ed i senatori più sensibili al tema della promozione sportiva la stella polare da seguire, lungo il percorso che avrebbe dovuto condurre al varo di riforme strutturali e soprattutto alla proposta di nuovi modelli culturali e di comportamento, vista la drammatica carenza di un solido background di riferimento sul tema e di cittadini effettivamente dediti a una regolare attività motoria.

Maturarono in quel contesto le condizioni per l’avvio dell’indagine conoscitiva sulla situazione e le prospettive dello sport in Italia condotta dalla Commissione Affari Interni della Camera dei Deputati, che, sotto la presidenza del socialdemocratico Antonio Cariglia, contribuì, tra il marzo del 1973 ed il novembre del 1974, alla realizzazione di un lavoro che, per profondità, ampiezza e complessità, rappresenta ancora oggi, in tema di educazione fisica e sport, un vero e proprio unicum nella storia della Repubblica Italiana.

Per una ricognizione davvero completa del panorama sportivo nazionalela Commissione Permanentedella Camera si avvalse del contributo di tutti i principali protagonisti del settore, tra cui i direttori dei tre quotidiani sportivi nazionali, i Presidenti di diverse Federazioni, i dirigenti degli enti di promozione, il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale, i rappresentanti di Comuni, Province e Regioni, i direttori dei Centri di Medicina dello Sport di Roma e Milano e soprattutto alcuni docenti e studenti dell’Istituto Superiore di Educazione Fisica della Capitale.

Al termine di un’accurata attività di ascolto, analisi e rielaborazione, fu sancita l’importanza dello sport per il benessere psico-fisico dell’uomo, un dato allora non scontato. Allo sport, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, le istituzioni parlamentari dovettero riconoscere un ruolo assolutamente rilevante nella vita personale e pubblica dei cittadini. Dopo anni in cui l’appellativo di sportivo si attribuiva a quanti si limitavano a seguire in televisione o alla radio le sorti della propria squadra del cuore o a criticare le scelte compiute dall’allenatore della Nazionale, non c’è dubbio che il lavoro della Commissione abbia contribuito a elevare il livello generale di consapevolezza dell’importanza dello sport, sollevando peraltro la delicata questione del ripensamento dell’identità estetico-culturale del cittadino regolarmente dedito ad una attività sportiva.

Proprio su questo tema, a metà degli anni Settanta, ha avuto inizio quel processo di progressiva soggettivizzazione e individualizzazione della pratica sportiva in Italia, che la cosiddetta rivoluzione del wellness, compiutamente affermatasi solo all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ha successivamente portato alle estreme conseguenze, incidendo profondamente sulla percezione dello spirito primigenio e dei valori fondamentali dello sport, che è stato spogliato della sua storica dimensione sociale, culturale e collettiva, impreziosita, come noto, dall’imprescindibile contributo della fatica, dello sforzo, della contesa, della selezione e dell’agonismo.

La pratica sportiva è così divenuta l’espressione e il risultato di un’attività individualistica, dall’alto contenuto estetico, con chiare finalità igienico-sanitarie e metaboliche e del tutto avulsa dalla logica della competizione e del confronto tra pari, perché, quand’anche vissuta in compagnia di altre persone, deve giovare essenzialmente al proprio equilibrio psico-fisico, essere completamente priva di dinamiche traumatiche e stressanti ed anteporre in ogni occasione il dialogo interiore, il benessere e la volontà personale alle regole erga omnes che garantiscono il civile confronto tra autentici sportivi, presso tutti i campi di gara.

A questa visione sembra essersi ormai completamente allineato lo show business, dalle cui durissime regole dipendono d’altra parte i criteri d’ingaggio e la sponsorizzazione degli sportivi, ma soprattutto le modalità di trasmissione dei principali appuntamenti agonistici. Non è infatti un caso che sempre più di frequente dai programmi sportivi siano, se non proprio banditi, quanto meno sottoposti ad una rigorosissima selezione gli eventi contraddistinti dalla deformante fatica provata dagli atleti, intenti a profondere lo sforzo estremo, utile a superare, nel rigoroso rispetto delle regole, gli avversari, se non addirittura loro stessi, i loro record, i dolori, le gioie e le paure.

Oggi sono in molti, troppi forse, coloro i quali ignorano o, peggio ancora, fingono di aver scordato che alla base dello sport non ci sono necessariamente il benessere, l’armonia o la serenità, bensì fondamentalmente l’agonismo, la cui radice etimologica greca rimanda direttamente ai concetti di sofferenza e conflitto, come testimoniano del resto le vicende ormai dimenticate di due straordinari podisti come Dorando Pietri e Donato Pavesi.

Parafrasando, in chiave sportiva, la mitica battuta pronunciata da Humphrey Bogart nel film “L’ultima minaccia”, si potrebbe forse allora concludere in questo modo: “È lo sport, bellezza. E tu non ci puoi fare un bel niente!”.

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