Il Circus abusivo dell’aggettivo ESTREMO

Tuta alare

”Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti.”

Mi guardo allo specchio alla ricerca delle piume. Pelle, pelle a perdita d’occhio. Qualche ruga d’espressione, qualche ruga dei vent’anni trascorsi a coltivarle, qualche bulbo estirpato per abbeverare\ un baricentro estetico ma no, nessuna piuma.

Eppure l’uomo vola, lo dice la RedBull e allora ci credo.

Per effetto Placebo, ‘Every You Every Me’, mi convinco che i fiori di Bach possano farmi planare come pavone allo specchio, così risalgo la terra fino a 12.000 metri di quota, dove crescono roseti di cumulonembi e ghiacciai, e lì, tronfia di sponsor, mi butto verso il ‘fiume di energia’ affogando, poi, nella corrente dell’autodiagnosi.

Apro gli occhi, senza memoria.

Il ‘No Limits’ mi incuriosiva da piccola, quando arrampicavo su pini di montagna senz’avvertire la gravità – crescendo sono iniziate le vertigini, non paura di cadere né voglia di volare, solo la consapevolezza che ogni passo, anche verso l’alto, deve avere una buona base d’appoggio. Non mi serve un Sector al polso per seguire lo scorrere del tempo, me lo sento addosso ogni volta che cambio, nel quotidiano gioco del diventare grandi.

Quando Patrick De Gayardon morì, nel 1998 tra i cieli delle Hawaii, la Gazzetta dello Sport gli dedicò la sua quarta di copertina, che titolava: ”Ci sono uomini che con le loro invenzioni hanno cambiato il nostro modo di vivere. Altri, quello di sognare.

Essendo una sognatrice, mi permetto di dissentire da una realtà che più di mondo onirico ha di (af)fondato estremismo. Sì perché a fondo sì va, quando il piede scavalca la linea della passione, calpestando la rima dell’ossessione.

Non sono contraria a sperimentare, che si tratti di scienza, di arte o di possibilità psicofisiche del libero arbitrio, non ci sarebbe evoluzione altrimenti, penso però che una testa non debba affogare nella sua stessa materia grigia, ma alzare un cartellino rosso quando si accorge di un’entrata a gamba tesa. De Gayardon perse la vita per aumentare le prestazioni della sua tuta alare, una modifica alla sacca del paracadute principale che gli costò ben più di una squalifica. Paracadutista, pioniere dello skysurf, acrobata di un circo spesso abusivo a cui preferisco lo Zelig, senza pubblicità.

Come lui, Felix Baumgartner e Michel Fournier, testimonial di un muro del suono contro cui schiantare il desiderio di strafare. C’è chi li chiama ‘campioni’, questi Jonathan Livingston in planata solitaria, stormo mediatico di uccelli a motore… ciak, azione! Solo un pensiero: anche le ali viaggiano in due.

Forse quando una qualsiasi parola si accosta all’aggettivo ‘estremo’, diventa egoismo. Non più piedi ben poggiati s’una scala di legno grezzo, ma singola pianta senza radici né pioli. Forse c’è da chiedersi se ne vale la pena, e ancor prima quanto abbiamo da perdere.

”E il gabbiano Jonathan Livingston fece prua verso l’alto, scortato da quei due splendidi uccelli, e scomparvero insieme nella notte.”

Ma questa è ‘letteraltura’.

 

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