Rugby, dalla nebbia di Viadana…

Lorenzo Vendemiale sul Fatto Quotidiano dice la sua contro la Federazione per le franchigie ma bisogna saperne un po’ di più. Avete cinque minuti di attenzione? Forse ne veniamo a capo.

In questi mesi siamo stati tentati di parlare del problema principe del rugby italiano: le benedette franchigie della Celtic League. Non è difficile, per chi ne mastica un po’; appare un rebus indecifrabile per tutti gli altri. Quindi, avendo come platea gli appassionati, i cultori dello sport, abbiamo tralasciato argomenti da impallinati. Però, di fronte a certe uscite e a un caos – mediatico – generale usciamo volentieri allo scoperto approfittando dell’articolo (“tirato via”, come si direbbe in gergo) apparso sul Fatto Quotidiano qualche giorno fa, firmato da Lorenzo Vendemiale: “Rugby, nessuno ha soldi per la Lega Pro12? Federazione fonda club con soldi pubblici“.

CAPITOLO SOLDI PUBBLICI

Il titolo non lascia dubbi sull’intento dell’autore: smascherare una volta di più le malefatte della nostra classe dirigente. In questo caso sportiva, federale. Anche se la Fir fa parte del Coni o comunque orbita intorno al carrozzone olimpico di Petrucci (ancora per poco: al termine del mandato dovrebbe tornare alla Federbasket, o almeno così si dice), il budget del rugby non si fonda certo sui soldi delle tasse. I 40 milioni che lo compongono (dato dichiarato dall’amministrazione del Presidente Dondi – anche lui a fine mandato) sono frutto di sponsor, iniziative di marketing, soldi dell’Irb (la Federazione internazionale, in base al lignaggio, foraggia le varie union con i soldi ricavati dai mondiali e altre manifestazioni), vendita dei biglietti, diritti televisivi del Sei Nazioni (tutt’altro che bassi, vi assicuriamo) e minimamente da fondi statali o dividendi olimpici legati ai rendimenti (crescita tesserati, risultati della nazionale eccetera). Quindi se sia lecito spendere otto milioni di euro per una franchigia non è certo ai contribuenti che va chiesto, piuttosto al rugby di base e a quel sud che non riesce a iscrivere la squadra di Palermo alla serie B. Questa però è un’altra storia.

CAPITOLO FRANCHIGIA

Secondo Vendemiali – ma non è certo il solo a pensarla così – sembra che la neonata franchigia delle Zebre sia frutto di una trama federale ben precisa – simile a un complotto – i cui beneficiari non sono neanche molto chiari.

Riassunto delle puntate precedenti, partendo da Adamo e Eva:

- Il rugby italiano, grazie ai fasti degli anni Ottanta (ingaggi a grandi giocatori, un campionato di livello, un certo interesse del pubblico) si presenta all’alba del professionismo con un’ottima generazione.

- Nonostante il movimento non sia in grado di sostenere il passaggio al professionismo di metà anni Novanta (c’era grossa crisi anche allora), la Nazionale tiene grazie a risultati storici (vittorie con Irlanda, Scozia e, soprattutto, Francia) e con grande diplomazia si guadagna l’ammissione al Championship (da allora Sei Nazioni).

- Dal 2000 giochiamo annualmente con i mostri sacri. Addirittura battiamo all’esordio i campioni in carica della Scozia.

- Senza Dominguez, faro dell’Italia per quasi un decennio, non riusciamo a dare continuità ai risultati e dopo diversi anni ci accorgiamo che ci manca qualcosa per fare il salto di qualità: gli altri hanno campionati difficili e probanti che aiutano la crescita dei giovani. Noi, di contro, siamo costretti a mandare all’estero i migliori.

- Dopo alcune riflessioni – tipo giocare il campionato transalpino – finiamo per chiedere l’ammissione alla Celtic League, il campionato tra province di Irlanda, Galles e Scozia che con l’Italia spera di aumentare il giro d’affari e l’interesse complessivo. Ovviamente ci sono delle condizioni: tipo capienza stadio, broadcast ufficiale, cose del genere. Oltre all’obbligo di schierare due squadre per tot anni.

- Parte l’avventura delle franchigie: subito si pensa a quella Federale, ma costa troppo e Dondi non vuole. Così si preparano dei bandi. L’idea è di avere una squadra del nord e una del sud. Il problema è che nel settentrione si è tutti divisi tra Veneto (e al suo interno, Treviso e tutti gli altri) e tutti gli altri. Al sud sembra esserci solo Roma. Così si arriva alla scadenza del bando.

Vincono gli Aironi (compagine sorta dal Viadana, realtà mantovana sperduta ma capace, grazie all’imprenditoria locale, di vincere un campionato) che avrebbe dovuto contare sull’indotto dell’intera Emilia (terra di grande tradizione, nonché natia di Dondi) e i Pretoriani, fascinoso progetto romano costruito sul nulla, il che comprende anche fideiussioni false, reciproche accuse eccetera eccetera.

- Tramontata Roma per manifesta figuraccia, torna in auge Treviso, esclusa inizialmente per il suo sciovinismo. Così, da un’idea di franchigie territoriali su modello anglosassone, si passa a due esempi di campanilismo all’italiana: un club per tradizione individualista (Treviso) e una compagine territoriale solo sulla carta. Gli Aironi infatti perdono continuamente pezzi e appoggi politici. In particolare Parma, piazza esigente che – a ragione – non capisce perché si debba giocare in mezzo alla nebbia, senza alcun collegamento ferroviario e automobilistico moderno, ampliando uno stadio (con i soldi della Regione Lombardia: Viadana è provincia di Mantova) ma senza prevedere il parcheggio.

- Infine parte la Celtic, gli Aironi sono meno forti di Treviso ma contano di stupire anche grazie a qualche nazionale di ritorno da esperienze all’estero. Treviso tiene bene, soprattutto in casa.

- La seconda stagione parte con il piede sbagliato: il maggiore sponsor degli Aironi, Monte dei Paschi, causa entrata olandese Rabobank come title sponsor della Lega, si defila non proprio cavallerescamente. I conti cominciano a non tornare e Treviso inizia a essere invidiosa degli aiuti federali. Aiuti che si trasformano – ça va sans dire – in ricatti: a Roma vogliono avere voce in capitolo, o quanto meno capire dove finiscono i soldi. E il giocattolo, fatalmente, si rompe.

 - Con l’anno nuovo (2012) entrambe le franchigie smettono di vincere. Lavata di capo nella Marca, lenta agonia sul Po. In primavera si scopre che la Federazione dovrebbe ripianare i conti del club con cifre molto alte perché a Viadana non ce la fanno più. Qui, nell’articolo del Fatto, si presuppone che la Federazione sia ciuccia: perché Dondi preferisce spendere circa 6 milioni di euro l’anno quando può darne 2 agli Aironi? Perché si tratterebbe di accanimento terapeutico. Anche il bando per una nuova franchigia con richiesta di fidejussioni da 14 milioni (su due anni) non è un’abile mossa politica. Solo un modo per obbligare gli interessati a prendere coscienza – davvero – di cosa significhi l’avventura celtica. E evitare di trovarsi dopo 12 mesi, da parte Fir, a pagare l’attività altrui senza aver voce in capitolo.

- Per un po’ non si capisce niente: basta Aironi? Torna in auge Roma? I giocatori sono disperati. Nessuno sa nulla. È il delirio. Formigoni, in qualità di Presidente regionale, vuole tutelare l’investimento fatto a Viadana, frigna un po’ ma poi – visti i problemi che si ritrova – si defila senza troppo strillare.

- Dal nulla nascono quindi le Zebre. Un insieme di giocatori vicini alla pensione, di ottimi giovani e qualche “riciclato”. È ovvio che sia così, è una “pezza”. Giocheranno a Parma, dove non c’è – ma ci sarà – uno stadio omologato per la Celtic. Sembra tutto finito nel migliore dei modi. Peccato solo che si sia incrinato qualche rapporto, tipo quello con Andrea Masi, uno dei simboli del progetto Aironi. L’aquilano si accasa ai Wasps, nobile club londinese.

QUINDI?

- La verità è che nessuno ha mai desiderato una Franchigia federale. Semplicemente perché, almeno nel nostro Paese, permette a chiunque di averne voce in capitolo, si trasforma da subito in un capro espiatorio del movimento e genera invidie.

La prova? Vendemiale paragona – ironicamente – i Newport Dragon (carnefici delle Zebre alla prima uscita, 37-6) a una corazzata, semplicemente perché quartultimi al termine dello scorso campionato. Ma lo sa cosa significa giocare a rugby nel principato? Lo sa che la Celtic è utilizzata per lanciare i giovani e i migliori giocano le coppe europee? E che l’Ulster, finalista di Heineken Cup, l’anno passato è arrivato solo 6° a 25 punti dalla vetta? Mah…

DONDI PRESIDENTE DELLA FRANCHIGIA

L’idea che Giancarlo Dondi possa sedersi sulla poltrona di presidente delle Zebre stupisce assai il Fatto, come se fosse un regalo inopportuno a un raccomandato qualsiasi.

Già da mesi si parla con Gavazzi (candidato favorito, e “dondiano”, alla presidenza) sul futuro ruolo del quasi ottuagenario Dondi, perché effettivamente un ruolo a costui va trovato, anche solo per la carriera, che qui riassumiamo: classe 1935, seconda (o terza) linea, non era un campione, questo è risaputo. Tuttavia ha vinto uno scudetto con Parma e uno con le Fiamme tra i Cinquanta e I Sessanta. Dirigente sportivo a Parma, ha fatto poi carriera in Federazione, ricoprendo ruoli diversi, tra cui il Team manager per due Coppe del Mondo consecutive. Sarà fortunato, cosa volete, ma con lui presidente vinciamo con la Francia e iniziamo a parlare di Sei Nazioni. Primo italiano a sedersi nel board dell’Irb (la stanza dei bottoni del rugby mondiale), avrà anche “rubacchiato” la presidenza a Lorigiola due mandati fa ma, fino a prova contraria, è stato sempre votato democraticamente. Dato che è di Parma, vi pare tanto assurdo che si faccia il suo nome per il ruolo di Presidente della neonata franchigia che, appunto, ha sede nella città Ducale? A noi no.

QUESTIONE ELEZIONI

Come detto, dopo quattro mandati consecutivi Giancarlo Dondi lascerà la poltrona di Presidente federale. Non si può dire si sia fatto da parte. Ha, per così dire, abdicato in favore di Alfredo Gavazzi, uomo Fir e di Calvisano. Altri due i candidati: Gianni Amore (presidente del Comitato siciliano, giocatore di buon livello negli anni Ottanta) e Amerino Zatta, presidente di Treviso, realtà d’eccellenza del rugby italiano grazie ai soldi dei Benetton (fino a quando dura). Il primo, Gavazzi, è un bresciano burbero, che fa tutto da sé. Era il candidato forte, sostenuto dai “dondiani”, ma la sua arroganza gli è costata qualche voto e ora rischia il ballottaggio. Amore è un po’ un improvvisato ma ha contribuito a smuovere le acque (talvolta troppo: l’ultima è «con me basta Celtic League») e a perorare la causa meridionale. Amerino Zatta è il più “signore” dei tre ma ha sempre vissuto e ragionato da trevigiano ed è quindi inviso a molti, nella paura che faccia solo i suoi interessi una volta sulla poltrona. Però, ammettiamolo, è l’unico che garantisce discontinuità e ha dalla sua un progetto-rugby che ha funzionato, eccome.

Si, noi tifiamo per lui, anche solo in quanto underdog.

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