Educatori Cercansi

Nello sport, a qualsiasi livello, se ne sono perse le tracce

Nostalgie mai, rimpianti nemmeno, ma lasciateci dire che lo sport ha perso per strada non pochi esponenti di rilievo, tra i più validi. Alcuni ci hanno lasciato per limiti di età, altri per sconcerto (“è un mondo in cui non mi ritrovo più”), altri ancora “per difetto di ascolto”. Ci riferiamo agli educatori, termine generico che in passato accomunava allenatori, direttori sportivi, tecnici a vario titolo, preparatori atletici e terapeuti, sacerdoti e confessori, psicologi, meccanici, massaggiatori di singoli atleti o di squadre.

Erano tutti punti di riferimento, non già esempi di rettitudine. Sbagliavano, come tutti, ma avevano ben presente il valore di un suggerimento, di un consiglio, a volte non richiesto. Si spendevano come educatori, anche senza averne titolo. Non erano, per dirla tutta, la riserva dell’esercito di maestri elementari che aiutavano i ragazzini a entrare nella vita, provvisti di qualche nozione e molto realismo. Erano persone giuste che c’erano sempre e mai si tiravano indietro, sostituendosi spesso a genitori distratti.

Operavano nel disciplinare gente magari dotata di grande forza fisica ma non di altri talenti. Giocavano a favore dei “muscolari”, categoria alternativa agli intellettuali, che lo sport, sia ben chiaro, l’hanno sempre schifato.

Educatori erano quelli che indirizzavano il talento, dettando anche i tempi della crescita, nella gradualità. Conoscevano la precocità e se ne curavano, così come non scambiavano per pigrizia chi tardava a esprimersi al meglio. I tardivi sono gli sportivi di lungo corso, maturano più tardi, ma va saputo.

Oggi ben pochi operatori dello sport contrastano genitori assatanati, convinti di avere in casa non una promessa ma una fantastica fonte di reddito. Gli educatori, a vario titolo, dissuadevano da scelte inopportune, prevenivano le delusioni, fronteggiavano soprattutto l’abbandono dello sport in età adolescenziale, fonte di guai seri (per i necessari approfondimenti basta contattare un giudice che si occupa di minori).

Gli educatori insegnavano il gusto amarognolo della sconfitta che è, e sempre rimarrà, occasione di riscatto. Parlavano di “dare il meglio, sempre e comunque”, come misura di vita, non solo di prestazione. Sempre “il tuo meglio”, non un meglio indistinto, generico, inopportuno.

All’occasione sgridavano, se necessario consolavano dopo cocenti sconfitte, spesso sdrammatizzavano, non consentendo mai ai boriosi, ce ne sono anche tra gli atleti, di prendersi sul serio.

Gli educatori non giustificavano mai le sconfitte, le motivavano, soprattutto non fornivano comodi alibi del tipo “chiediti che cosa ha preso per vincere il tuo avversario”. Erano contro il doping per definizione, per amor di verità. Non parlavano di lealtà, la praticavano.

Spesso seminavano quanto altri raccoglievano, senza dolersene.

Talvolta ragionavano con i loro protetti del “dopo lo sport”, argomento che gli atleti non amano. Per scaramanzia o per inadeguatezza a crescere, a diventare adulti consapevoli.

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