Clay, la corsa continua

Clay Regazzoni

Ora, giustamente, tutti parlano di Alex Zanardi, al quale siamo tutti grati. E non certo perché ha vinto l’oro, e altri ne vincerà, nell’handbike alle Paralimpiadi di Londra. Le medaglie, rispetto a tutto il resto, sono un dettaglio. Conta chi sei e Zanardi è, oltre a essere stato.

Zanardi insomma continua, Zanardi è a puntate perché la vita – sempre una sola e di chi la vive – è fatta di esperienze, di svolte, di evenienze. Anche di disavventure.

Uno che prima di Alex, molti anni fa, è passato attraverso “una disavventura come ne capitano” – definizione sua, non di altri – è Clay Regazzoni, campione di Formula 1 che tutti ricordano alla Ferrari ai tempi di Lauda, ma che girò quel mondo, dopo un debutto tardivo ma entusiasmante.

Enzo Ferrari lo volle a Maranello, trentunenne, nel 1970, e Clay vinse entusiasmando a Monza un gran premio che annotò 28 avvicendamenti alla testa della corsa. Poi due anni con una macchina che non andava e la scelta di trasferirsi alla BRM. Dopo una stagione il ritorno a Maranello ma nel 1974 il titolo mondiale gli sfugge e nella considerazione di Enzo Ferrari passa in secondo piano. La Rossa ora punta tutto su Niki Lauda.

Inevitabile, prima o poi, il divorzio che si consuma a fine 1976. Regazzoni passa alla Ensign, poi alla Shadow. Anni oscuri prima di ritrovare clamore e successo nel 1979 con la Williams (primo successo della scuderia inglese a Silverstone, circuito che pareva stregato).

A 40 anni, lo considerano troppo stagionato: gli preferiscono Carlos Reutemann, talentuoso argentino che già l’aveva rimpiazzato in Ferrari nel 1977. Tornato alla Ensign, il 30 marzo 1980 si consuma un dramma che ha dell’incredibile: a Long Beach, al 51° degli 80 giri del GP USA-Ovest la rottura del freno in titanio della sua monoposto lo fa uscire di pista a 250 all’ora, al termine di un rettilineo. La sua Ensign si schianta contro pile di pneumatici e il muretto che delimita la pista.

Il verdetto è impietoso: nonostante una serie di interventi chirurgici per ridargli l’uso delle gambe, il destino lo costringe in sedia a rotelle.

La sventura di Clay sa d’ingiustizia grave. Enzo Ferrari, che pure l’aveva voluto a Maranello, lo definiva un “viveur, danseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota”. C’era del vero nelle abitudini di Regazzoni, nella sua vita prima dell’incidente, ma Ferrari amava il sarcasmo, ne faceva ampio uso. Non era un “buon uomo”.

In compenso dopo l’incidente qualcuno disse che Clay mai avrebbe sopportato la nuova condizione, molti temevano che ponesse fine alla sua vita, con la complicità di un amico.

Niente di tutto questo. Regazzoni ha continuato a guidare e a gareggiare, con comandi al volante, ha vissuto esperienze africane a bordo di fuoristrada, si è cimentato addirittura con i camion. Ha continuato a girare il mondo sorridendo, cercando di fare molto per quelli come lui.

In particolare ha dato vita al Club “Clay Regazzoni Onlus” – Aiutiamo La Paraplegia – per raccogliere fondi destinati a enti e istituti che operano nella ricerca specifica. Il Club opera tuttora, ha devoluto decine di migliaia di euro per il reparto di Uroparaplegia dell’Ospedale di Magenta.

Clay se n’è andato il 15 dicembre 2006, mentre guidava la sua auto in autostrada, nei pressi di Parma. È finito sotto un Tir, senza accorgersene, per un malore.

Al suo attivo anche due libri – “E’ questione di cuore” e “E la corsa continua” – esemplari già nei titoli.

di Gianni Poli

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