La scherma secondo Elisa

La scelta del fioretto è di papà Giacomo, insegnante di Scienze oggi in pensione. Avviò lui Elisa Di Francisca al Club di scherma di Jesi gestito dal maestro Triccoli quando la figlia più grande non aveva ancora sette anni e veniva da un anno e mezzo di danza, che le piaceva ma era troppo poco competitiva. Papà scelse anche per Martina, la secondogenita, che quattro anni fa ha smesso col fioretto per dedicarsi a Zoe, la figlia, che zia Elisa ama moltissimo. Michele, ventun anni, il maschio di famiglia, ha scelto da solo il fioretto, ma qualche meccanismo di mimesi c’è stato.

Elisa Di Francisca si racconta al telefono, non è ancora trascorso un mese dal secondo oro olimpico. Riepiloga subito le intenzioni. “A ottobre andrò in Africa al seguito di una Onlus, non so ancora quale, che si occupa di bambini, sono la mia passione. Poi a novembre si riprendono gli allenamenti”.

La provochiamo dicendole che la scherma ha fama di sport in cui ci si allena poco. Di scarso impegno, tutto genio e sregolatezza.

“Ma scherziamo? La scherma è uno sport mentale oltre che fisico. Occorre essere ben allenate. Il talento, le nozioni, le tattiche si affinano grazie al maestro che ti indirizza, ma il resto è lavoro duro. La scherma è per pochi, è bene che si sappia. Il problema è la concentrazione, la tenuta nervosa. Lo stress è una costante di ogni gara che si inizia la mattina e si conclude nel tardo pomeriggio o verso sera, come all’Olimpiade. Per l’intera giornata devi essere al meglio, nessuna avversaria è facile, a maggior ragione se appartieni alla scuola più celebrata del mondo, la nostra.

Cerchiamo una similitudine: la scherma è…

… come una partita di scacchi, importante è calcolare in anticipo le mosse dell’avversario, di cui sai tutto a priori, ma nulla è scontato. Per noi italiane c’è il problema in più dei frequenti scontri diretti, negli assalti di finale, quelli che contano per il titolo. E questo complica parecchio la faccenda.

Bestie nere ne esistono?

Beh, puoi patire un’avversaria più di altre ma spesso sei tu la bestia nera di altre, è un problema non mio.

E le fiorettiste mancine, danno qualche imbarazzo?

No, questa è una leggenda da sfatare. Conta sempre e solo il bersaglio libero, lo spazio valido per mettere la stoccata. Invece che a destra è a sinistra e viceversa. I mancini potevano essere un problema quando erano pochi, oggi ce ne sono un sacco, ti abitui subito a tirare contro di loro.

Quanto c’è di fisico nella scherma?

Intesa come potenza, direi quasi nulla. Di fisico c’è la tenuta, la resistenza. Se non sei preparata ti fanno fuori rapidamente. Conta soprattutto la concentrazione, puoi andare sotto di due tre stoccate ma non devi perdere mai la testa. La Vezzali l’ha dimostrato a Londra: nella finale per il bronzo ha messo tre stoccate in dodici secondi, anche perché l’avversaria era convinta di aver già vinto. Lei in questo è fenomenale.

A proposito di Vezzali, come la mettiamo con le vostre storiche baruffe?

Non esageriamo, abbiamo caratteri diversissimi e per questo ci sono stati contrasti. Ora siamo entrambe in Polizia, frequentiamo lo stesso Club da anni, in Nazionale abbiamo imparato a convivere. Si cambia col tempo. Valentina e la scherma sono tutt’uno, io amo prendermi momenti di libertà. Questione anche di età, siamo di due generazioni differenti.

Tomassini, il maestro che segue Valentina Vezzali, andrà a lavorare in Francia, a Grenoble. Stefano Cerioni potrebbe allenare altrove, in base a offerte economiche più vantaggiose.

Non succederà, Stefano Cerioni non lascia Jesi, questo lo posso garantire. E’ chiaro che tutti vorrebbero avere i maestri italiani, ma è giusto tenerli da noi, riconoscendo loro anche gratificazioni economiche, che a volte sono mancate.

A proposito, buon bottino quello olimpico: ogni oro vale 140 mila euro. Sa già cosa farne?

Ci sto pensando, ma ho già visto una casetta a Montignano, vicino a Jesi, con il verde da un lato e dall’altro il mare, giusto per avere due scenari contrapposti.

Torniamo alla scherma, per raccontarla non ne mastica. La sua giornata tipo?

Sveglia poco prima delle 8, alle 9 sono a lezione con il maestro, con Cerioni, per circa un’ora poi c’è la preparazione atletica che si fa in palestra o al campo. Sin qui la mattinata. Nel pomeriggio, verso le 17.30, si va a tirare con gli altri del Club, anche con i più piccoli perché per loro l’emulazione è fondamentale.

Ma non sono in soggezione, non rimangono straniti?

Beh, c’è stato chi non voleva tirare con me, si vergognava, diceva di non essere capace. Ora magari mi chiede un altro assalto, ci ha preso gusto. La verità che occorre confrontarsi sempre con chi è più bravo, altrimenti non si migliora. I campioni producono altri campioni. Questo a Jesi lo si insegna da piccoli e poi lo si applica a tutti i livelli.

Altri sport praticati o che le sarebbe piaciuto praticare?

A me lo sport piace tutto, oltre alla danza, per me è uno sport a tutti gli effetti, amo molto camminare, correre a piedi e in bici. Poi ci sono gli sport che seguo volentieri, tipo il pugilato, che è affine alla scherma per via di affondi e schivate. Ma loro si fanno male, noi no.

Veniamo all’alimentazione. Qualcosa di particolare?

Da qualche mese pratico la Zona, che trovo particolarmente adatta a una come me che non impazzisce per i carboidrati e i dolci. Posso dire che ero già in Zona senza sapere che esistesse.

Incidenti, mai nessuno?

Grazie a Dio, nessuno, sin qui. Mai avuto alcun problema. Ringrazio i miei che mi hanno regalato una gran salute.

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- La Di Francisca in sintesi

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