Il gioco dell’interruttore

Il basket statunitense si è prodotto a Londra come a Pechino: otto vittorie e nessuna sconfitta con modalità similari. Argentina battuta in semifinale e Spagna in finale con le stelle di Durant, Bryant  e James che si accendono al momento opportuno.

La medaglia d’oro vinta da Team Usa nel basket stava scritta ben prima che si accendesse la torcia olimpica. La banda orchestrata alla perfezione da coach Mike Krzyzewski è entrata nella storia mostrando un gioco di squadra migliore rispetto a Pechino 2008, un gruppo unito malgrado le faide in NBA (vedi James e Durant) e un’umiltà/dedizione al lavoro che non ti aspetteresti da star super-pagate.

Ecco qualche numero della cavalcata americana

-  115,5: media punti realizzati a partita (tot.924 punti)

-  25,0: media assist a partita

-  32,1: media punti di scarto rifilati agli avversari

-  100: media di possessi giocati nell’arco dei 40’

-  156: punti realizzati contro la Nigeria (record olimpico)

-  10/12: le triple messe a segno da Carmelo Anthony contro la Nigeria

-  11+12+14: la tripla-doppia di LeBron James contro l’Australia (1° nella storia dei Giochi)

In occasione dei quarti di finale, l’8 agosto, ero presente alla North Greenwich Arena proprio per vedere live Team Usa, la cui vittima sacrificale era la modesta ma coriacea Australia. Finché gli americani gliel’hanno consentito, gli aussie sono rimasti in partita poi l’interruttore a stelle e strisce è andato su “on” ed è calato il sipario.

Il gioco dell’interruttore è stato l’aspetto più affascinante e demotivante (per gli avversari) di questo torneo olimpico targato Usa, con la capacità di accedersi e spegnersi a comando senza mai perdere il filo della partita.

Dal vivo il fenomeno  è ancora più netto: quando uno dei capitani (James & Bryant) decide che è ora, tutto il gruppo si accende per poi spegnersi una volta centrato l’obiettivo.

Per informazioni più dettagliate rivolgersi alla Lituania di Sarunas Jasikevicius che ha accarezzato l’idea di poter battere la corazzata americana nel girone A e, qualora non bastasse, chiedere a Manu Ginobili e alla sua vecchia ma sempre indomabile Argentina.

La finale contro la Spagna è stata una partita vera, combattuta, che ha visto gli americani soffrire per 35’ prima che le forti personalità e il talento di Chris Paul, Kevin Durant, Kobe Bryant e LeBron James emergessero nel momento caldo del match; quattro fiammate e gli iberici sono andati k.o. senza battere ciglio.

Sui  singoli c’è poco da aggiungere: LeBron conferma quanto sia dominante anche quando gioca con le marce basse; Kevin Durant un’autentica bocca da fuoco che sguazza nel sistema FIBA, le “riserve” di lusso sono in grado di non far scendere mai il rendimento e infine lui, Kobe Bryant, sornione fino alle semifinali e poi in versione “Black Mamba” come ci piace quando la posta in palio si fa alta.

Gli Stati Uniti hanno vinto perché sono i migliori e perché hanno portato i migliori in circolazione (eccezione fatta per Rose, Wade, Howard e Bosh, infortunati, ndr), perché il livello europeo continua a crescere e senza i migliori questi ultimi due ori olimpici non sarebbero stati così sicuri.

Non voglio soffermarmi molto sulla diatriba se sia meglio il celeberrimo Dream Team di Barcellona 1992 o questo di Londra: epoche diverse, avversari diversi, ma soprattuto pallacanestro diverse contando che all’epoca non vi erano molti stranieri in NBA come succede oggi.

Posso solo dire che Team Usa 2012 ha colto lo stesso risultato – d’oro – di Team Usa 1992.

Francescomatteo Bertoli

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