La lezione dal nuoto (altrui)

Siamo quasi al termine di Londra 2012 e il nuoto non ha mai attratto l’attenzione del pubblico e dei mass media come di questi tempi. Quale appassionato di questo sport non posso che essere felicemente sorpreso del clamore che muove commenti e critiche da tutti gli sportivi, compresi i campioni di zapping televisivo, i quali partecipano per la prima volta a discussioni di uno sport che non sia il calcio. In questo contesto gli atleti protagonisti giocano un ruolo fondamentale che non è meramente tecnico, ma esemplare per tutti, soprattutto i giovani. Ne sanno qualcosa gli americani e gli australiani, che hanno l’obbligo di superare i trials per ottenere il pass olimpico, a differenza della nostra nazionale che attua un criterio di selezione che risale a molti anni fa, quando il vivaio dei campioni si riduceva a due o tre elementi al massimo.

Oggi la situazione è totalmente mutata, molti sono gli aspiranti olimpionici per cui sarebbe opportuno istituire il sistema dei trials anche da noi, lo hanno capito per tempo i cugini francesi conseguendo grandi successi. Forse eviteremo il solito lamento di tecnici, allenatori e soprattutto atleti che dichiarano di non essere abituati ai doppi turni. Il programma olimpico, come i trials, prevede lo svolgimento di batterie, semifinali e finali. Non da questa edizione.

Nell’Italia del nuoto la selezione è riservata a pochi atleti, quest’anno sono stati promossi senza esame la Pellegrini, Magnini e Scozzoli e sarebbe stato di grande esempio, oltre che dimostrazione di umiltà, mettere a confronto i grandi campioni in una prova ufficiale, stabilita quattro mesi prima, con gli altri nuotatori nazionali. Sarebbe servito ai “grandi” per  simulare il severo programma olimpico e a tutti gli altri quale stimolo per dare il massimo. In questo modo si concentrava il picco della preparazione, prima delle Olimpiadi, in una sola sessione, invece di programmare gare di secondo livello come gli Assoluti, gli Europei e il Settecolli, dai quali non vengono altro che piccole soddisfazioni col rischio di compromettere la preparazione di un avvenimento quadriennale come i Giochi, il più importante in assoluto.

Creare un sistema di selezione come quello americano vuol dire rispettare regole molto rigide, nel senso che se hai la febbre o non sei in forma rimani fuori, anche se ti chiami Filippo Magnini. Siamo sicuri che se si chiedesse alla Pellegrini di doversi guadagnare il posto in Nazionale come qualsiasi altra atleta accetterebbe di buon grado?

Ma gli americani ci trasmettono anche esempi di grande sportività, per esempio, non hanno timore in qualsiasi periodo dell’anno di gareggiare e perdere fuori continente, anche in periodi di allenamenti di forte carico, magari sacrificando gare individuali per arrivare più riposati in staffetta e dare il massimo per la squadra, insegnare ai giovani il vero spirito di un team e avere la sensibilità e l’intelligenza di “lavare i panni sporchi” in casa quando le cose non vanno come dovrebbero.

Avete visto la 4×100 stile libero maschile? Alla terza frazione l’americano Lochte è partito con un metro di vantaggio nei confronti del francese Agnel che lo ha raggiunto e superato aggiudicandosi il titolo olimpico. Avete sentito qualcuno criticare l’americano per questa sconfitta? La risposta è no, si va avanti convinti di aver dato il massimo, nonostante gli americani odino perdere!

E cosa dire del grande Micheal Phelps che manda un tweet a Chad Le Clos (che gli ha soffiato il titolo per pochi centesimi) per congratularsi della vittoria nei 200 delfino? Pura classe e soprattutto grande esempio per i giovani.

Evidentemente qualcosa deve cambiare in questa Italia del nuoto, poiché anche se rimane a tutti gli affetti uno sport individuale è pur sempre praticato dentro una squadra che ti può sostenere durante le pesanti sedute di allenamento e ti può galvanizzare dal bordo vasca tifando e urlando per te, proprio come la squadra americana e non solo.

Ora che ci penso non riesco a focalizzare immagini televisive di azzurri che incitano i loro simili, ma forse mi sbaglio. Forse siamo un po’ lontani dal sistema americano, però da bravi sportivi dovremmo farci sentire, anziché attendere che le istituzioni si muovano per noi. Chiedere, per esempio, maggiore diffusione del nuoto nelle scuole e magari costruire qualche struttura realizzata guardando al futuro anziché ristrutturare i circoli privati, dove risulterebbe più facile fare la cresta come ai Mondiali di Roma 2009.

Milano attende da troppi anni una piscina olimpionica realizzata con criteri moderni, chissà se qualcuno sta già lavorando all’idea… Con la crisi che morde sembra che qualcosa debba cambiare proprio per migliorare la situazione indipendentemente dall’aiuto delle autorità, quindi, se anche nello sport iniziassimo a sviluppare già nelle scuole una cultura e un’educazione sportiva, potrebbe essere la direzione verso quei cambiamenti necessari per dare ai giovani opportunità di crescita e sviluppo migliori di quelli attuali e sperare che i futuri Magnini evitino di umiliare davanti alle telecamere di tutto il mondo i compagni un po’ distratti e gli allenatori perché incapaci di portarli in forma.

Infine una riflessione del grande Marcello Guarducci: “Lo sapete che il CT azzurro è un medico?

C’est la vie.

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