Medaglia color cattiveria

L’olandese Marianne Vos ha mostrato il suo nuovo volto strapazzando le avversarie nella prova olimpica su strada. Senza riguardo per alcuna.

Questa volta tutti l’hanno vista vincere in maniera inconsueta, come se improvvisamente, a 26 anni, avesse preso una fulminea decisione. Grazie al sacro fuoco olimpico, abbiamo tutti annotato una Marianne Vos inedita. Per alcuni si è trattato di aggiornare il suo palmarès, altrettante stelline d’oro, d’argento e di bronzo che brillano a tutte le latitudini: su strada, su pista e nel ciclocross, ormai da tanto tempo. Per altri c’è stata sorpresa.

Chi passa la vita raccontando il ciclismo l’ha giustamente paragonata a Merckx, al Cannibale, perché “vince tutto e dappertutto“; le avversarie sono state laconiche: “la Vos è stata decisamente la più forte”.

La Vos non ama stravincere, ha rispetto per chi è battuto – e mai va umiliato – e questo la accosta a Coppi, al Campionissimo, che nella memoria di Alfredo Martini vinceva con “appena l’ombra di un sorriso, o una mano alzata dal manubrio… quasi come rimpiangesse di aver staccato tutti a quel modo…“. Quasi pentito di averlo fatto.

Anche la Vos vince e si propone con l’ombra di un sorriso, consapevole di quel raggio di sole, il “talento”, che quando nasci illumina te sola o poche altre. Questa preziosità le aveva consentito di accontentarsi del bottino più rilevante, lasciando la preda di giornata alle avversarie, come del resto fanno tanti altri grandissimi del ciclismo; senza strillare, senza esagerare.

Questo sino a domenica scorsa.
Perché la prova olimpica vedeva schierati proprio tutti. C’erano gli dei e gli uomini, ma soprattutto c’erano le donne che volevano il suo scalpo, la Teutenberg, e ancora quelle che l’hanno fatta piangere, Giorgia Bronzini; per passare a quelle che “non può vincere sempre lei” (tutte le altre), senza dimenticare quelle che la odiavano (e continuano a farlo) perché se vinci tutto c’è sempre qualcuno che ti odia.

Allora Marianne, che queste cose le sa, ha pensato di portare a Londra per la trasferta olimpica un ingrediente nuovo: la cattiveria agonistica. La cattiveria è doping buono, dapprima ti dà alla testa poi arriva ai muscoli, ti sveglia dal sonnellino in cui il talento ti sta cullando, ti consente di odiare te stessa prima per odiare le avversarie.

Addizionata a quel raggio di sole ed alla straordinaria forma fisica – recuperata dopo l’infortunio alla spalla di fine maggio – Marianne dapprima ha fatto capire come stavano le cose rendendo la corsa infame con una serie di trenate che erano ruggiti, giusto per ricordare alle avversarie le gerarchie di quel giorno. Poi, quando si è scatenato il temporale, che è temporale per tutti gli umani ma per chi in bici sono sassi d’acqua che piovono dal cielo, si è ulteriormente incattivita: mentre le altre tiravano a campare lei ha ha dato il massimo per andare a vincere.

In equilibrio in mezzo all’acqua su 23 mm di tubolare, ha strapazzato il gruppo, schiantato le resistenze e trascinato con sé un paio di avversarie per poi lasciarle lì, vuote come borracce.

E quando ha tagliato il traguardo era senza forze ma anche senza avversarie; ma soprattutto mancava del sorriso di circostanza che aveva contrassegnato altre vittorie. Marianne la leonessa aveva una smorfia nuova, di pura cattiveria. A 26 anni ha scoperto un aspetto del suo essere che non conosceva. Stavolta per vincere ha dovuto battere se stessa, lo stile e l’educazione. Passare oltre. Ora davvero si salvi chi può.

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