Il banco può saltare

Le contraddizioni olimpiche, o meglio le incongruenze del sistema a cinque cerchi, stanno per scoppiare. Fidatevi, non accadrà durante questi Giochi londinesi, capiterà poco più in là, quando il sistema professionistico tenterà di far saltare il banco del Comitato olimpico internazionale, pretendendo la compartecipazioni agli altri giochi, quelli economici, com’è giusto che sia.

Nonostante il bavaglio imposto agli atleti il grido di guerra – we demand change, vogliamo il cambiamento – è già stato lanciato.

Sapete bene come funzionano ora le Olimpiadi, c’è chi organizza e deve cercare di portare a casa quanto ha investito (nel caso di Londra 13 miliardi di sterline), garantire il teatro delle competizioni, con tutto l’apparato (a partire dalla sicurezza di atleti e spettatori), c’è poi il Cio che incamera il contributo degli sponsor olimpici che godono di ogni vantaggio, protetti da qualsiasi ingerenza di chi supporta per il resto del tempo atleti o rappresentative nazionali, in qualsiasi disciplina.

L’interrogativo che alcuni atleti statunitensi hanno sollevato è semplice: com’è possibile che sei miliardi di dollari passino di mano durante i Giochi e noi protagonisti non ne vediamo uno?

La risposta, al momento, risiede tutta nell’articolo 40 del Regolamento Olimpico che detta il divieto di pubblicizzare a qualsiasi titolo “la propria persona, immagine, nome o risultato sportivo”. Divieto che riguarda “qualsiasi atleta, allenatore o dirigente che all’Olimpiade partecipa”.

Gli atleti professionisti non hanno la copertura di un sussidio statale (come ad esempio chi appartiene ai nostri corpi militari), devono il loro sostentamento agli sponsor personali, che all’Olimpiade non possono in alcun modo essere menzionati e nemmeno, si badi bene, ringraziati. Chi vince l’oro può benedire mamma e papà, non chi gli ha consentito di arrivare sino all’evento degli eventi.

Nel contempo la macchina olimpica, con i suoi sponsor titolari che non ammettono intrusioni, gioca soltanto a favore dei gold sponsor olimpici.  Oltretutto l’embargo totale del Cio sui social network (Facebook e Twitter sono inibiti a qualsiasi atleta presente a Londra), così come il ”divieto di promuovere marchi, prodotti o servizi attraverso i blog, siti internet e ogni altra piattaforma”, ha impedito di fatto – non sorridete, è andata così, senza alcun dubbio – anche la libertà di espressione. E questo cozza, per dirne una, con la libertà di parola e di pensiero garantita dal Primo Emendamento della Costituzione Usa.

Gli altri, i non statunitensi, non faticheranno ad accodarsi. Soprattutto si sveglieranno i loro manager, gli agenti e tutti coloro che al momento regalano introiti al Cio negandoli ai loro assistiti. Molti dei quali non aspettano, come in passato, la vetrina olimpica per strappare un più ricco contratto pubblicitario e campare nel quadriennio successivo.

La festa del Cio sta per finire, già a Rio de Janeiro ne vedremo delle belle. Potrebbero persino tornare in gara all’Olimpiade soltanto i dilettanti dello sport. Un numero troppo esiguo da giustificare l’intera messa in scena. Il business continuerà, non abbiate dubbi, dovrà solo trovare una forma di compartecipazione agli utili che non compensi  i soliti noti. Magari si troverà la scappatoia di ripartire gli utili con i Paesi vincitori di medaglie, non certo con le Federazioni internazionali che già partecipano, in quanto “pezzi  del Cio” alla torta olimpica.

Una volta si ragionava di spirito olimpico, adesso conta la ciccia, come dicono a Roma.

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