La quarantunesima vittima

Moreno Solfrini

Moreno Solfrini è un nome che dice poco anche a chi di calcio ne sa. Era un centrocampista di discreto livello che ha vestito i colori di diverse squadre, negli anni Ottanta e Novanta,  in serie B e C. Un romagnolo di Fiumana, non lontano da Forlì, che aveva cominciato nella sua terra (Forlimpopoli, Modena e Cattolica in rapida successione) prima di allontanarsi un po’ da casa (Mestre) per poi cercare fortuna nel centrosud (Teramo, Barletta, Sambenedettese) e chiudere la carriera a Rimini. Apprezzato in tutti i club come uno sul quale “potevi contare, in mezzo al campo”. Un uomo d’ordine, oltre che un faticatore.

Solfrini è morto a 52 anni di sclerosi laterale amiotrofica (Sla), è l’ultima vittima accertata di questo morbo che colpisce in modo inquietante il mondo del calcio, dapprima paralizzando progressivamente i muscoli degli atleti e poi soffocandoli lentamente, inesorabilmente.

Per quanto è noto, la Sla ha già mietuto 41 vittime tra i calciatori. Dal macabro conteggio mancano infatti gli atleti dilettanti e i casi dalla diagnosi incerta, oltre a chi preferisce non rendere pubblico il proprio stato. Da ultimo proprio Moreno Solfrini: senza l’iniziativa della figlia Sarah, che mesi fa ha denunciato la malattia del padre,  nessuno, aldilà della cerchia familiare, avrebbe saputo della sua infermità che si è manifestata già nel 2004, che ora l’ha vinto.

Sulla vicenda indaga da anni il magistrato torinese Raffaele Guariniello, perché anche il solo dato statistico – tra gli sportivi la Sla sembra colpire preferibilmente i calciatori – autorizza a pensare che molto sia dovuto ai trattamenti farmacologici attuati sui calciatori negli anni Settanta e Ottanta per incrementare le loro capacità prestative. La Sla sarebbe una conseguenza del doping, nel calcio ignorato per anni in nome del risultato da cogliere a ogni costo. I calciatori, si sa, badano a giocare, sono “polli d’allevamento” cui va dato il becchime, mica se lo scelgono. Almeno così capitava, per bocca di taluni giocatori, in quel ventennio.

Qualcuno ha parlato, tra i calciatori di quegli anni, di flebo ricorrenti, spacciate sempre per “ricostituenti”. Sempre flebo zuccherine, “solo soluzioni fisiologiche”. Di iniezioni che avevano il compito di ridurre i tempi di recupero. Di integratori che, in maniera generalizzata, facevano parte della dieta usuale di quel mondo.

Gli staff medici delle squadre, di allora, di ora e di sempre, si sentono al di sopra di ogni sospetto.

La Sla per loro è una fatalità, come altre. Un filo d’erba, a volte, modifica la traiettoria del pallone, che finisce sul palo. Capita.

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