Benedetti gli inglesi

Anche l’organizzazione del golf di vertice marca la differenza tra Stati Uniti e Regno Unito: pur di distinguersi dai britannici, custodi della tradizione, gli americani impongono un ambiente ostile, capace di alterare i valori in campo.

Il weekend scorso sono stato a Lytham St. Annes, una cittadina del Lancashire (nord-ovest dell’Inghilterra) per seguire la 141° edizione dell’Open Championship, il torneo più antico del mondo. L’Open britannico si tiene ogni anno e si gioca a rotazione in uno dei nove “links” (campi molto antichi e caratterizzati da poche piante, molte dune, moltissimi bunker e venti fortissimi) selezionati e gestiti dalla Royal&Ancient Golf Club di St. Andrews. Questa istituzione, che risale al 1754, comanda il golf e le sue regole in tutto il globo, Stati Uniti esclusi.

Le emozioni che si provano ad assistere a un Open Championship sono particolari, uniche, ci si sente immersi nel golf dei puristi. Soprattutto si avverte che la storia si compie proprio davanti ai tuoi occhi, se hai la fortuna di esserci.

Vedere i giocatori camminare verso il green della 18, acclamati dal pubblico in piedi sulle gradinate. Sentire l’assordante silenzio mentre un giocatore sta per imbucare l’ultimo putt. Difficile spiegare l’atmosfera che si respira. Ma non è di questo che voglio parlare. Non solo, quanto meno.

Andiamo con ordine. Partiamo da chi ha vinto il torneo e in che modo.

L’ha spuntata il vecchio leone Ernie Els, sudafricano di 42 anni, che ha infilato 4 birdie nelle ultime 9 buche per chiudere a -7. Meraviglioso vederlo imbucare l’ultimo dei suoi birdie alla 18. Fantastico ascoltare Peter Dawson, amministratore delegato della R&A, annunciare “the Champion golfer of the year is Ernie Els“. Imperdibile l’emozionato sudafricano mentre alza la Claret Jug al cielo e dedica il trofeo al figlio autistico e al presidente Mandela, che tanto ha fatto per rendere il suo Paese un posto migliore.

Ernie Els ha vinto superando Adam Scott, australiano più giovane di 10 anni, che ha invece chiuso a -6, collezionando 4 bogie nelle ultime 4 buche. Un po’ per paura di vincere, un po’ per il vento che si era alzato nell’ultima giornata, mandando in crisi un po’ tutti, a parte Ernie Els.

The Big Easy, come viene chiamato per la sua statura (1.90m) e per lo swing morbido ma potente, ha vinto attaccando un campo difficile per i suoi bunker profondi e il vento forte. Difficile per natura. Ma non impossibile. Un campo dove i campioni si possono esaltare e regalare spettacolo. Il campo di Royal Lytham & St. Annes ha reso possibile un Open che rimarrà negli annali e nella storia del golf.

Ed è qui che volevo arrivare, alle grandi imprese che rendono alcuni momenti memorabili, nel golf come in qualsiasi altro sport.

Esattamente quello che non è successo il mese scorso a San Francisco, dove si è disputato lo UsOpen, uno dei 4 major golfistici (gli altri sono l’Open Championship, il Masters Golf Tournament e il PGA Championship)

The toughest test in golf”, il test più difficile del golf, recita il motto dello UsOpen.

Motto inventato perché storia e tradizione non si possono comprare al mercato.

Ma non si può neanche accettare, se si è l’associazione golfistica statunitense (USGA), di non primeggiare in qualcosa.

Quindi lasciamo la storia e la tradizione a Masters e Open, noi siamo i più fighi perché siamo i più difficili.

Fedeli al motto del torneo, gli americani hanno letteralmente stuprato il Lake Course dell’Olympic Club di San Francisco, lui sì carico di storia (è il più antico club atletico d’oltreoceano).

Un percorso meraviglioso, con vista sul Golden Gate, reso ingiocabile per perseguire questo malsano ideale di essere difficili, quasi impossibili.

Bisogna capirla la povera USGA.

L’anno scorso Rory McIlroy aveva demolito il loro motto, vincendo con 16 colpi sotto il par. Quest’anno bisognava pur fare qualcosa. Così eccoci ad assistere a un torneo che somigliava quasi a una medaglia mensile di un circolo qualunque, nonostante tutti i migliori al mondo fossero in campo.

La preparazione fatta al Lake Course dagli organizzatori per avere fairway e green duri come il marmo, dove fosse impossibile fermare la palla o prevedere il rimbalzo, ha costretto i campioni a giocare solo in difesa, a essere estremamente prudenti a ogni colpo, a non attaccare mai una bandiera.

Nonostante questa prudenza, spesso e volentieri i campioni vedevano la loro pallina rimbalzare senza controllo e finire tra le piante, nel rough alto o chissà dove.

Obiettivo raggiunto per l’USGA: frustrare i giocatori, annoiare il pubblico.

Tra un errore e l’altro, l’ha spuntata Webb Simpson, abbastanza a sorpresa.

Ha chiuso a +1, cioè un colpo sopra il par, punteggio che è bastato per trionfare.

Mi spiace dirlo, ma è una vittoria dovuta a molta fortuna da parte di un buon giocatore ma niente più.

Il torneo l’ha perso Jim Furyk, spedendo un colpo tra le piante alla buca 16, proprio lui, sempre regolarissimo nel gioco lungo.

Direte: qual è la differenza tra la vittoria di Els all’Open e quella di Simpson allo UsOpen?

Sempre in rimonta, sempre per gli errori di chi era al comando.

Oltre alla caratura del personaggio (Els è uno dei più grandi degli ultimi 20 anni) la vera differenza è che Simpson non ha attaccato per vincere. Ha controllato e gli è andata bene.

Non è una colpa, non ce l’ho con lui, era l’unica cosa da fare su un campo artificialmente reso impossibile.

Però è brutto vedere un torneo giocato in questo modo. Veder vincere un torneo con un punteggio sopra par! Veder vincere, in pratica, il campo e non il giocatore.

Eh, ma almeno siamo sempre il torneo più difficile” si sono detti tutti tronfi gli americani.

Beh, che qualcuno spieghi loro che il vero golf è quello che ho ammirato a Lytham.

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