Aspettando un altro urlo

 

Valentina Vezzali sarà in pedana già sabato e tutti si augurano che assecondi indole e talento prorompendo in un urlo liberatorio come quello che le scaturì l’11 ottobre scorso quando tornò a vincere il Mondiale dopo due anni che non capitava. Una scena indimenticabile, non premeditata: “È stata una bella soddisfazione e mi son lasciata andare, mi sono sfogata. Un amichetto di Pietro, mio figlio, mi ha detto che sentito in televisione il mio urlo era impressionante. Mi ha detto che non sembravo io. Invece eccome se ero io. Non dico che fosse una rivincita, ma poco ci mancava. Vuol dire che puoi migliorare anche alla mia età, con avversarie giovani e sempre più agguerrite. Nessuna ti regala niente, in qualunque disciplina, a maggior ragione se sei sulla breccia da parecchio tempo”.
Valentina punta a un altro oro olimpico, sarebbe per lei il quarto consecutivo nel fioretto individuale dopo l’esordio, ad Atlanta, sedici anni fa, quando fu medaglia d’argento alle spalle della romena Badea, in quel momento inarrivabile. Dopo di allora solo successi a ripetizione. Ora è a un passo da Carl Lewis, quattro ori in altrettante Olimpiadi, senza dimenticare che il suo bottino è già più importante: sin qui cinque ori (tre nell’individuale e due nel fioretto a squadre) oltre all’argento già ricordato e un bronzo, a squadre. “Di certo posso solo eguagliare gli ori di Edoardo Mangiarotti, morto di recente, al quale va la riconoscenza di tutto lo sport italiano, non della sola scherma. Delle 114 medaglie olimpiche complessive Mangiarotti ne ha vinte ben tredici, di cui sei d’oro”.
Sommando lei e Mangiarotti, sin qui fanno 11 ori su un totale di 45. Quasi una su quattro, in due (con qualche ottimo compagno di colori non voluto dal caso).
Da 31 anni Valentina tira di scherma, e la risolve in poche parole: ”Conta enormemente la concentrazione, ma se non hai tenuta fisica non vai da nessuna parte. L’esperienza ti aiuta ma tutto si gioca sulla tenuta fisica e mentale, anche perché noi stiamo in pedana ore e ore”.
Cerchiamo di capire se gli anni e le fatiche un po’ pesano. Ci riflette un attimo, poi la risolve così: “Gli anni si sentono perché i tempi di recupero si modificano. A vent’anni nemmeno ci fai caso, dopo i 35 è tutto diverso. Almeno lo è stato per me”.

Vediamo allora gli acciacchi: una brutta parola o sono frequenti, nella maturità? “Madre natura e i genitori mi hanno regalato una gran salute. Fatta eccezione per la rottura del crociato capitata a 31 anni, posso dire di essere integra. Conta anche sapersi gestire e in questo devo ringraziare lo staff che mi affianca. Ho di nuovo con me il preparatore atletico Luca Giacani, bravissimo. Mi ha trattato dal 1999 al 2002, quando ancora non avevo vinto la Coppa del Mondo ed è tornato a occuparsi di me dal 2010. Poi c’è il dottor Boria, il maestro Montrone, Tommaseo che è subentrato al mio primo istruttore Elio Tricori.”

Quanto alle emozioni, alla voglia di riviverle, Valentina non ha dubbi: “Conta sempre l’ultima, non c’è una graduatoria nelle esperienze liete. Per fortuna le emozioni si susseguono”.

Vediamo se c’è un pensiero che vale una dedica, valida ogni giorno. “Alla mamma, che è il motore della mia vita, le somiglio e spesso viene fuori il suo carattere, la grinta ne l’ha trasmessa lei. Mamma insomma è il cuore, mentre mio marito e mio figlio sono gli occhi della mia vita.”

E una gioia antica, non necessariamente legata alla scherma? ”Legata invece a doppio filo: ogni tanto mi capita di rammentare il primo titolo italiano vinto nella categoria “Prime Lame”. Era il 1984, non avevo idea di che cosa la scherma avrebbe rappresentato nella mia vita, ma mi piaceva molto quel che facevo. E mi piace ancora, a distanza di vent’otto anni”.

Chiudiamo con le Marche, Jesi, la sua città. A volte c’è stato un rapporto difficile. “Col tempo migliora, la mia città mi vuole bene, anche le signore che incontro per strada mi trattano bene. La cosa strana e che si stupiscono del fatto che io vada a far la spesa come loro”.

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