Poi non li sento più

Memorie di un triathleta tra fatica e sofferenza vincente

Mi sorprendo a pensare, mentre sento urla che mi incitano e cercano di spronarmi in questo momento di difficoltà, che chi non si trova qui con me ora, o comunque non si è mai trovato in una situazione almeno paragonabile, non può capire la sofferenza che sto provando, l’energia fisica e mentale che devo concentrare nel visualizzare il traguardo, la forza di volontà che mi ci vorrà per unire le poche migliaia di passi che mi porteranno alla fine di questi ultimi cinque chilometri.

Guardo la folla intorno che si agita, grida, applaude.

Mi perdo, non so come, negli occhi di un bambino che sventola la bandierina di non so quale nazione e sembra dirigere il suo sguardo entusiasta e sognante verso il nulla.

Penso a mio padre, penso a quando ero piccolo come quel bambino e lui tornava tardi dal lavoro, dopo le consuete due tre ore di straordinari: io non sapevo cosa significasse, e così lo chiamavo “il mio papi straordinario“. Penso a quando mi accarezzava con le sue enormi manone piene di calli; a quando volevo che mi prendesse in braccio e lui, con le sue braccia forti e quei muscoli che io vedevo enormi, non ci riusciva per colpa dell’ernia al disco: ero piccolo e proprio non capivo cosa potesse avere a che fare un “disco” con il suo mal di schiena, per cui mi lamentavo, o mi arrabbiavo.

Penso a quando ha rinunciato ad andare in pensione prima del tempo, per permettermi di studiare e di dedicarmi allo sport senza pressioni, “che io la sua fine non la dovevo fare!“.

Mi ricordo che mio padre è là, in mezzo alla gente, proprio alla fine di questi cinque cazzo di migliaia di metri, ad aspettare suo figlio, pronto ad incitarlo fino a perdere la voce quando comparirà dopo l’ultima curva.

Non c’è sofferenza. Ci sono solo obiettivi, e strade per raggiungerli: e questa è la mia.

Un passo dopo l’altro, cercando di non distrarmi, di svuotare la mente, di andare oltre l’ostacolo della sofferenza, sento svanire i dolori: i polpacci e le cosce, amici di mille battaglie, sembrano riempirsi di nuova energia, come fosse entrato in azione un serbatoio di riserva, qualcosa di cui ignoravo l’esistenza.

Per pochi attimi mi stupisco di quello che mi sta succedendo, e sono come sorpreso da questo nuovo vigore; ma ci metto veramente poco a decidere che, se proprio c’è un uomo nuovo dentro di me (ma diciamo pure un sedicenne impazzito) devo assolutamente approfittarne ora, e concentrarmi, senza perder tempo.

I tre battistrada, che mi sono stupidamente portato sulle spalle per buona parte della frazione ciclistica dopo averli raggiunti, nonostante la mia figuraccia al T2, non si sono allontanati molto, complice un leggero falsopiano in salita che proprio ora mi accingo a divorare. Sono sempre stato particolarmente rapido sulle salite: sento come se la posizione che tende ad assumere il mio corpo sia più naturale e armonica, performante insomma.

Quando passo in prossimità del cartello dei tre chilometri all’arrivo li ho “nel mirino”, ma decido di diminuire leggermente la velocità, adeguarmi al loro passo per studiarli, cercare di capire col giusto anticipo quale potrà essere il momento migliore per attaccarli senza dargli possibilità di reagire, colpirli quando meno se l’aspettano, inatteso e spietato!

Ma per quanto io pensi di rallentare, e davvero ho in mente di farlo, le mie gambe non ne vogliono sapere, fanno finta di non sentirmi, anzi potrei addirittura scommettere che stanno cercando di accelerare il loro ritmico alternarsi.

Mi sento come Forrest Gump quando gioca a football per l’università della sua città: con la palla in mano corre senza pensare a niente, e se non ci fosse qualcuno a ricordargli di fermarsi dopo la linea di meta lui continuerebbe a correre, forse all’infinito.

Mi avvicino ai tre – so di essere insistente e un po’ noioso, ma forse dovrei dire che sono loro, le mie gambette ammutinate e disubbidienti, che stanno facendo tutto il lavoro – li guardo, e mentre li affianco credo che il mio sguardo quasi incredulo esprima qualcosa tipo “mi dispiace, ma hanno preso il sopravvento, sono impazzite!

Li sento accelerare il ritmo per stare al mio passo.

Li sento dietro di me, coi loro piedi pesanti.

Poi non li sento più.

Vorrei girarmi, vorrei verificare con gli occhi quello che le mie orecchie sentono già’, quello di cui la mia mente è del tutto certa, ma vengo attraversato da una sensazione simile alla paura, un cubetto ghiacciato lungo la schiena, come se girandomi potessi vedere una realtà diversa e magari svegliarmi da questo bellissimo sogno.

E allora accelero.

Questa volta sono io, non loro. Con le gambe, le braccia, le mani, gli occhi: tutto il mio corpo spinge verso il traguardo ad un ritmo a cui mai ho corso e forse mai più sarò in grado di correre.

Quando passo il filo di lana, nella bolgia della gente, dei flash, dei giudici, di quelli che sembra sempre che siano lì per fare qualcosa di importante, ma nessuno sa cosa sia, per alcuni lunghi secondi continuo a correre, come se non mi fossi accorto di niente. E’ il mio coach a fermarmi saltandomi addosso, qualcuno mi bacia, qualcuno credo cerchi di strapparmi il body, nemmeno fossi una rockstar … Ma mentre mi trascinano verso l’antidoping, cerco e  trovo lo sguardo della persona che più si merita questa vittoria, lo vedo piangere ad occhi aperti e dire qualcosa che non posso sentire: lui che ha voluto che studiassi, lui che è stato il mio primo allenatore, il mio primo tifoso, il mio primo accompagnatore.

Lui che mi ha spiegato, senza mai dirmelo, cosa sia la sofferenza, quella vera.

Leggi anche:

La conta più triste, la strage infinita
Bridge - Tecnica della difesa, approfondimento
Storie di carta di calcio, via radio
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: