Quando il tifo fa male

Le peregrinazioni nel web propongono di tutto, anche un’indagine dell’università di Birmingham – Alabama, profondo sud degli Stati Uniti – dai contorni curiosi, visto che prende in esame i comportamenti di chi è fanatico di sport in rapporto alle relazioni personali, affettive, soprattutto connessi alla vita di coppia, messa a repentaglio dalle priorità (assolute) di chi è tifoso, o meglio “troppo tifoso”. La qualità della vita di chi è… assatanato di sport, non importa di quale disciplina, rischia di essere compromessa.

Non esiste una grande differenza tra un amante dello sport e un drogato di sport” suggerisce Joshua Klapow, psicologo clinico presso la School of Public Health dell’università dell’Alabama, che ha riferito i risultati dell’indagine che ha impegnato per cinque anni alcuni specializzandi. Con un’avvertenza: “Non importa quanto tempo si passa davanti alla tv o allo stadio, la questione sono i riflessi sulla vita reale e i suoi impegni, dai quali non si può prescindere”.

Ecco alcune indicazioni che qualcuno, anche da noi, dovrebbe prendere in considerazione, mandandole a memoria:

1 – verificare quante volte si pensa allo sport amato o alla squadra del cuore mentre si stanno facendo altre cose;

2 – l’irritazione che si prova quando il gioco viene interrotto;

3 – quando si manca un impegno importante per la vita di relazione pur di assistere a una partita;

4 – le reazioni  inconsulte di rabbia o depressione oppure gli atteggiamenti violenti quando la squadra del cuore perde.

Visto che conoscete sicuramente tipi umani che corrispondono a queste “linee guida”, vi diamo un piccolo suggerimento: fateli ragionare, parlategliene.

Non stupitevi se soffrono di sordità.

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