Josefa Idem senza tempo

A 47 anni affronta a Londra la sua ottava Olimpiade, con le consuete ambizioni di medaglia. Sefi si racconta parlando di benessere e gioia di vivere, che sono alla base della sua longevità agonistica, ma per noi conta anche la tenacia teutonica in … salsa italiana

A Londra ci sarà, la qualificazione olimpica l’ha raggiunta l’anno scorso chiudendo al settimo posto i Mondiali in Canada. Per Josefa (Sefi) Idem sarà l’ottava presenza ai Giochi, primato assoluto per una donna che fa sport. Tutto è frutto di dedizione e tenacia, soprattutto di grande amore per la canoa-kayak che Sefi frequenta in chiave agonistica da trentacinque anni non senza difficoltà, a partire dagli esordi. I suoi pari età non ammettevano che una donna emergesse in uno sport di forza, adatto, secondo loro, soltanto ai maschi. Era il 1977, la Idem aveva solo tredici anni. Era tedesca e viveva in Germania ma se fosse stata italiana nulla sarebbe cambiato, la stupidità non ha passaporto. Soprattutto le dava noia che la sua femminilità venisse messa in dubbio. Nei primi anni Ottanta era difficile accettare una ragazza che faceva sport, soprattutto in una piccola città mineraria tedesca, con gente un po’ chiusa, un po’ gretta. Per sua stessa ammissione, finì per considerarsi “una persona sbagliata”. Andò in crisi.

Come ne sei uscita?

Mi sono detta che l’agonismo non è un fatto di genere, soprattutto non è solo maschile. L’agonismo fa parte delle caratteristiche delle persone, è un dato da cui partire, un’indole.

E per andare avanti, oppure oltre?

Occorre un progetto di vita, che ciascuno deve costruire, tenendo conto del talento che ha, delle inclinazioni, delle passioni che coltiva. Dopodiché è bene non farsi distrarre. Occorre essere pazienti, non demordere mai, volersi bene anche quando si perde, l’importante è non perdersi, non smarrirsi.

Conta la voglia di vivere?

Conta la gioia di vivere, la voglia ce l’hanno quasi tutti, se non sono disperati. Un’altra fortuna è avere un carattere solare e il sorriso che parte dal cuore. Così attrezzati si è quasi pronti ad affrontare la vita.

Routine è una parola che non conosci, dalla quale va esente?

Andare in canoa mi piace sempre, e molto, a dispetto delle fatiche e dei sacrifici, per me è ancora un gioco. Se questa componente venisse a mancare non ci sono dubbi, smetterei.

Quando parli di sacrifici sportivi che cosa intendi?

Impegno e dedizione sono scelte mie, non di altri. Ben lontani dai sacrifici di chi non hanno da mangiare e magari nemmeno un tetto. Loro non hanno scelta.

Quando smetterai, hai già deciso?

Dopo Londra, quello è l’obiettivo che mi sono posta. Poi farò dell’altro.

Si può sapere cosa?

Penso di mettere a disposizione quanto lo sport mi ha insegnato, di trasferirlo ad altri, non solo nello sport. Magari in azienda, con un percorso di coaching. Ho sempre cercato il lavoro in staff, con me ci sono, da anni, l’allenatore giusto, il fisioterapista migliore, lo psicologo più opportuno, il nutrizionista che sa cosa mi serve. Da soli si fa ben poco.

Tu hai un marito-allenatore, con cui condividi tutto. Non è mai troppo?

Se non ci si capisse sarebbe un inferno, visto che le discussioni sul lavoro continuano anche a casa. Noi siamo sempre insieme e questo, per fortuna, produce solidarietà. Le tensioni di coppia, nella nostra realtà, sembrano un gravame esagerato, ma ci vogliamo bene e questo aiuta a capirsi.

Cosa ti manca, cosa non ha  potuto fare?

Studiare di più, frequentare l’università, laurearmi. Prima pensavo che fosse un problema di tempo, ma il tempo si trova quando si cerca un risultato, il resto sono scuse. Quando smetterò di gareggiare penso di frequentare un Master in Germania per fare meglio il mio nuovo lavoro. Insegnerò a modo mio, ma occorrono laurea e diplomi, l’esperienza non basta.

Conosci il bacino olimpico, quello di Eton Downing, nel Buckinghamshire, dove gareggerai in agosto?

Purtroppo no, e nemmeno me ne parlano bene. So che c’è sempre vento laterale e questo non avvantaggia le corsie centrali, la 4 e la 5 sono penalizzate. Bisognerà essere fortunati, in finale capitare, grazie al tempo ottenuto, in corsia 1 o 2 o 3. La fortuna giocherà un ruolo importante. L’ideale per noi canoisti è l’assenza di vento, ma non si può pretendere troppo. Dovrebbero, soprattutto per le grandi manifestazioni, garantire condizioni che non avvantaggino solo alcuni.

Veniamo al doping, piaga che contrasti da sempre, ma che ti ha visto protagonista di un brutto episodio dopo Sydney 2000, quando hai vinto l’oro. Storia dimenticata o è difficile da scordare?

Difficile dimenticare quell’episodio anche perché il giornalista che ha creato il caso, inesistente, ha dato fiato a illazioni e cattiverie. Continuo a pensare che quel signore dovrebbe chiedere scusa, visto che nulla di quanto scrisse ha avuto conferma. Il suo, per me, è stato un atteggiamento irresponsabile.

E le vecchie storie sulla doppia identità, tu che nasci tedesca e poi diventi italiana. Almeno quello è superato?

La doppia appartenenza è storia curiosa, coglie sempre gli altri, non me. È un problema d’identificazione, c’era chi desiderava che io mi schierassi, dicessi una volta per tutte se mi sentivo tedesca o italiana. Col tempo ho capito che i nazionalismi sono solo un prodotto della paura. Una debolezza, il timore di non avere una patria in cui riconoscersi, di smarrire una identità. La vera patria l’hai dentro, è il luogo in cui poter tornare, il luogo dove non sei mai a disagio. La bandiera, per qualcuno, è una protezione. Io non gareggio per una nazione, gareggio per me stessa, dò sempre il massimo perché lo sport questo mi ha insegnato, non certo l’amore per un simbolo e l’avversione per le bandiere altrui. Le Olimpiadi sono il confronto leale tra i migliori atleti del mondo, non un gioco di supremazie nazionalistiche. Ai Giochi ufficialmente il medagliere non esiste, non è contemplato.

Una donna è svantaggiata nella società occidentale?

Dappertutto, non solo nella società occidentale, perché per una donna tutto è più complicato. Bisogna saper conciliare, un verbo che gli uomini non imparano. Bisogna essere compatibili con questo e con quello… E poi c’è il problema che una donna, secondo alcuni stereotipi, dev’essere bella, sennò – per limitare gli esempi – nessuno ti fa fare la pubblicità. Le donne sono le prime persone “diverse” a tutte le latitudini e questo non mi va. Non è giusto.

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