Equini non equi? Ora lo sono
Contrordine. Ora anche i cavalli clonati possono partecipare alle competizioni internazionali, dopo il “gran rifiuto” di cinque anni fa, quando la Federazione equestre internazionale li mise al bando per “garantire ai concorrenti che le competizioni si svolgessero in modo equo”.
Equini non equi, allora, nel 2007. Ora non più, sono tornati equi. A Losanna nel corso del Fei Sports Forum quelli della Federazione internazionale hanno cambiato idea. L’ipotesi più accreditata è che il cambio di rotta (più che altro un’inversione a U) risieda nei numeri: più che alla scienza si è creduto all’evidenza, al fatto che il “parco cavalli clonati” sia ormai imponente, con i riflessi economici che la cosa comporta (il famoso indotto).
Via libera alle gare da subito. Felicissima, non vedeva l’ora, la allevatrice statunitense Mary Chapot proprietaria di Gemini, uno dei due cloni del purosangue americano Gem Twist.
Inevitabile accostare l’evento odierno a Dolly, la pecora che per prima è stata clonata e il subbuglio che ne seguì nella comunità scientifica, in ordine soprattutto al benessere dell’animale. Non a caso Dolly f abbattuta per i guai fisici che intervennero a distanza di tempo (artrosi e alcune infezioni). Sulla rivista Nature comparve, 12 anni fa, un articolo in cui si parlava esplicitamente di invecchiamento precoce, frutto del patrimonio genetico “usurato”.
Come riferisce Oscar Grazioli, il primo cavallo clonato è italiano, è una femmina dal manto marrone e una striscia bianca sul muso chiamata Prometea. Se ne occupò Cesare Galli, veterinario già artefice del toro Galileo e di altri sei animali fotocopia. La nascita di Prometea è costata 100mila euro e l’utilizzo di ben 842 embrioni. Sempre Grazioli riferisce che le due principali aziende che si occupano di clonazione animale, la texana Via Tech e la francese Cryozootech di Sonchamp (Francia) hanno accolto con giubilo la notizia.
Ne riparleremo quando il clone di un cavallo vincente si farà valere, andrà a premio come l’originale.





