Le stelle filanti di Euro 2012…

 

Good luck!” mi aveva scritto Yulia e abbiamo visto come è andata. Allora le ho risposto “to you too” (anche a te), ma la mia risposta, ovvio, aveva qualcosa di più serio, per un altro genere di auguri. Yulia Tymoshenko non ha comunque perso il buon umore e via twitter – chiunque le può mandare un saluto, un messaggio, un sorriso: @Timoshenko_en – mi aveva raggiunto con gli auguri per la “nostra finale” di Euro 2012. Il suo Europeo di calcio, quello da lei voluto (anche) in Ucraina e che ora, a festa finita, lascia quel senso di angoscia che si avverte quando gli invitati se ne tornano a casa; a maggior ragione quando sai che la loro casa è più ricca, accogliente e confortevole della tua.

Ma gli ultimi invitati rimasti per la finale, il primo ministro italiano Monti e quello spagnolo Rajoy, non si sono dimenticati di una “padrona di casa”, Yulia, chiusa in un ospedale che è una prigione, sorvegliata a vista 24 ore al giorno con l’aggravante di nuove accuse – anche di omicidio – ad appesantire la sua già difficile situazione. Monti e Raioy hanno inviato una lettera al presidente ucraino Yanukovich per chiedere che gli ambasciatori dei loro i paesi possano visitare la Tymoshenko, cosa al momento vietata a chiunque, “per il processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Europa”.

Questa mossa, che potrebbe sembrare solo una stoccata di fioretto in un assalto in cui il governo ucraino ha sguainato la spada violando i diritti umani, ha in realtà il carico, l’importanza, il peso specifico di nascere sotto la corona di stelle dorate della Comunità Europea, perché lo stesso ex primo ministro ucraino, sempre su twitter, ribadiva che “ci stiamo allontanando dall’ Europa”.

Quindi l’Europa è l’unità di misura. In che termini, come arbitro di una partita altrimenti scorretta in partenza? Bene. Ma quale Europa? Di chi? Lasciamo ad altri dipanare la matassa che in questi giorni intreccia la politica e il potere al vertice di Berlino; e soprattutto lasciamo perdere l’idea stramba di tornare alle monete di vecchio conio e parliamo di noi: della gente comune che abita l’Europa, che è andata a vedere le partite di Euro 2012: siamo europei? Abbiamo esibito in tutto Euro 2012 un segno “europeo”? Una bandierina azzurra assieme ai bandieroni del nostro Paese? Un cappellino con qualche stellina dorata? Mi pare proprio di no. Solo stelle filanti, quelle di carnevale.

La Spagna di nuovo campione sta rallentando il suo viaggio verso l’Europa, come dimostra la bordata di fischi con cui Catalani e Baschi insieme hanno seppellito la Marcia Reale, l’inno spagnolo, suonato prima di Barcellona-Athletic Bilbao, finale di coppa del Re giocata a fine maggio.

Se poi facciamo domande dirette, magari sotto forma di referendum sulla costituzione europea, le cose addirittura peggiorano: in Francia si è scomodato ben il 70% dell’elettorato per dire No con una percentuale del 57% mentre in Olanda, per lo stesso motivo e nonostante quasi tutti i politici fossero per il sì, il 61% dei votanti ha detto No. 2-0 palla al centro.

Guardando a est passiamo dalla Svizzera, che ha una condizione politica ed economica di gran lunga migliore rispetto a quella dell’UE e che quindi nemmeno si sogna di farne parte, per arrivare alla Croazia, che entrerà nella Comunità Europea nel 2013 – seconda delle repubbliche della ex Jugoslavia dopo la Slovenia – nonostante il 93% dei suoi abitanti si dichiari, come si dice in questi casi, “euroscettico”. A guardare bene, sono tantissimi, ma se conviene, allora avanti e “benvenuti in Europa”.

L’Europa, se possibile, assomiglia a un matrimonio per corrispondenza, con meno Europa possibile, soprattutto lontano dal mio cortile. Ma la libera circolazione delle persone e delle merci, il conseguente confronto e scambio di conoscenze e culture, con ovvia crescita non solo “spirituale”; piccole cose come il progetto Erasmus e grandi cose come un’ unità di intenti che diano maggiore peso specifico ai tavoli delle contrattazioni mondiali, dovrebbero essere elementi sufficienti per far remare tutti in sintonia ed essere fieri di abitare nella stessa casa europea, anche perché indietro non si torna, perché non si può.

Se poi questo non basta a renderci consapevoli di cosa vuol dire essere europei, allora ricordiamoci che le luci che illuminano il caso Tymoshenko non sono più quelle degli stadi ma sono quelle della casa comune, quella con le stelle che brillano su fondo blu.

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